Deduzioni varie sull’autosvezzamento

Il mio secondo figlio sta per compiere tre anni, e posso quindi fare qualche piccolo resoconto sulla scelta di autosvezzarlo;

con la prima figlia avevo seguito la prassi “pediatrica” di pappe, seggiolone separato, pasto separato, acquisti separati. Conosco quindi entrambi gli approcci e posso confrontarli.

Ecco 3 domande che mi sono posta ed ecco le risposte:

1.Hai trovato qualche differenza sostanziale nel modo di mangiare dei tuoi figli? Secondo te cosa è cambiato tra l’uno e l’altro?

I miei figli, come tutti i bambini, hanno caratteristiche e gusti unici, indipendentemente dallo stile alimentare che adotta la famiglia.

Detto questo, i miei bimbi hanno sempre mangiato piuttosto volentieri e si adattano a gran parte dei pasti improvvisati o che non posso programmare. Detto questo, l’autosvezzamento tende ad assecondare di più l’appetito del bambino, e da quello che vedo, il bimbo autosvezzato si sa regolare di più. E’ come se conosca meglio la quantità di cibo di cui ha bisogno. Per esempio, il mio secondo bimbo, ha un appetito diverso a seconda che abbia fatto attività o meno, e se è concentrato o dispiaciuto o triste, tende a mangiare nello stesso modo di sempre.

autosvezzamento

Mia figlia invece, tende più a cercare cibo continuamente, anche quando è annoiata. Non fa differenza il suo stato di stanchezza o di appetito, lei mangia comunque, se vede che è pronto. Se è giù o arrabbiata spesso chiede cibo e se dobbiamo andare da qualche parte, già pensa a cosa mangeremo. Lei si adatta di più, nel senso che mangia anche alimenti poco elaborati, poco conditi e poco gustosi. Diciamo che è più il tipo che dice: è ora di mangiare, e si mangia. Se c’è un piatto che non gradisce si incupisce e si offende. Il fratello è più il tipo che dice: se mi va e mi piace, mangio, altrimenti non mi interessa.

Riconducibile al tipo di svezzamento? Forse, un po’!

2. Ci sono cibi che non mangiano affatto?

La prima esclude patate e verdure cotte, il secondo non vuole pasta ripiena, pasta dalle forme strane,  crackers. Entrambi mangiano da sempre verdure crude, frutta, senza che io abbia mai  insistito. Il piccolo preferisce assaggiare cose diverse nello stesso pasto, la grande no. Quindi, direi, nessuna differenza: sono semplici gusti, e sono cose che hanno sempre rifiutato fino da piccolissimi.

3. Devi insistere per farli sedere a tavola?

La grande, avendo quasi 8 anni, ovviamente non ha più questo tipo di problema. Spesso apparecchia, mi aiuta a cucinare, quindi sa che al momento di mangiare ci si mette tutti a tavola. Lei ha un appetito particolarmente aggressivo, quindi ha sempre preso parte molto volentieri ai pasti, mai pregata. Il secondo invece è diverso, non è concentrato sul cibo e si ricorda di avere fame solo quando vede la tavola imbandita. A volte non vuole sedersi (perché ha già mangiucchiato qualcosa) e io non insisto. Se invece ha il giusto appetito, si siede, mangia il necessario e poi si allontana. A volte vuole stare in braccio a me e vuole mangiare dal mio piatto, forse gli ricorda l’infanzia 🙂 .

autosvezzamento

Come se l’autosvezzamento abbia dato “meno” importanza a questo rito del mangiare e riempirsi. Insomma avere la pancia piena non dovrebbe essere una sensazione quotidiana, da cercare a tavola. Dovrebbe essere qualcosa che capita ogni tanto…ecco, credo che l’autosvezzamento aiuti in questo senso: a non abituarsi all’abbuffo. La nostra prima figlia è una buona forchetta, a volte da contenere: chi saprà mai se con l’autosvezzamento sarebbe stato diverso?

Quindi, in definitiva: non credo che l’autosvezzamento possa determinare così tanto il tipo di alimentazione del bimbo; quello che incide moltissimo, di sicuro, è il tipo di alimentazione che la famiglia segue quotidianamente e a cui tutti i bimbi, prima o poi, si abituano (gli autosvezzati lo fanno solo con più anticipo e più libertà di scelta).

Secondo me è la strada più semplice da seguire, sia per i genitori che per i bambini, e tende a seguire l’istinto naturale di cibarsi quando si sente la fame e quando si vede qualcosa di attraente.

Per questo motivo lo raccomanderei a tutti, ma anche e soprattutto per vivere il momento del pasto con meno ansia: il bambino se lasciato libero si autoregola e tende a mangiare da solo, quindi perché forzare e rendere il pasto un momento complicato?

 

Qui un mio breve post sul tema e qui un articolo di Uppa, che dovrebbe rassicurare i dubbiosi.

#Fertilityday. Empatia del mio stivale

A nessuna donna piace aspettare per avere figli, se ha deciso che vuole averli. Molte donne magari prima di mettere su famiglia hanno anche usato metodi contraccettivi forti o abortito, perché non era il momento e perché non c’erano le condizioni. Non è che non avevano voglia di accoppiarsi quando avevano 20 anni. O che non sapevano che il fumo fa male o che a 40 anni la fertilità diminuisce.

Non è facile fare figli; crescerli. Nel senso che prima dei 30 anni ti inseriscono già nella sezione “irresponsabili”, se ne fai due già ti dicono “ora basta” oppure “appartenete a una setta religiosa?”.

Se ne fai tre ti dicono bravo, che se no qui figliano solo gli extracomunitari. Come se fosse una gara.

Se non ne fai neanche uno, ti dicono che stai sprecando un bene comune della società e non solo tuo…?

Quindi in pratica ci manca solo che ci diano lo schemino: devi avere 30 anni spaccati, il contratto a tempo indeterminato, 4 nonni e 4 bisnonni in pensione (ma quanti anni devono avere sti nonni…se fino a 70 devono lavorare?) e autosufficienti al 100%, che magari ti sganciano la casa oppure un extra mensile. Altrimenti sei un poraccio o una zecca, che vuole prendersi permessi al lavoro senza vergogna e con la faccia tosta, quando serve – che poi le necessità sono: figli ammalati e scioperi/vacanze degli insegnanti.

Mi vengono in mente le migliaia di ragazze che abortiscono, magari neanche convinte al 100%. Solo perché sta male partorire a 20 anni e rovinarsi la vita. Per poi scoprire che anche a 37 stai rischiando di rovinare la tua esistenza perché non stai procreando da giovane.

Penso a chi lavora con soddisfazione e teme di perdere il suo posto o il suo ruolo, o anche solo di perdere quel treno in corsa che è stata tanto fortunata a poter prendere. Perché una volta che fai figli tutto cambia, e se a 23 anni era presto perché eri scema, a 40 sei scema perché è tardi. Insomma sei sempre una povera scema.

fertilityday

Se si voleva affrontare il tema dell’infertilità, bastava fare una campagna informativa,  non basata su quell’atteggiamento misto tra l’ironico e il bullo.

Offrire qualche consulenza, offrire un test, puntare sulla fiducia verso il medico, aprire uno sportello, un servizio, proporre un’educazione sessuale a scuola e magari chiamarla non più solo sessuale ma anche alla fertilità. Non un #fertilityday arrabattato alla buona.

E invece, sta cosa ammiccante e tristemente pretenziosa…mi sento veramente male.

Dovevano trasmettere empatia (parole tratte dai documenti del ministero) ma forse lo specialista che ha preso i lavori ha confuso empatia con simpatia, e ha pensato di fare degli slogan simpatici con la cicogna sul tetto e due persone che si accoppiano con uno smile giallo tra le gambe.

Io sono terrorizzata da questa cosa. Questa specie di finta voglia di dare una mano a chi vorrebbe saperne di più, o questo finto interesse verso la vita complicata delle famiglie e delle coppie.

Mi è sembrato proprio tutto finto, e mi sembra che le centinaia di mamme blogger che seguo, casalinghe, che cercano di arrabattarsi qualcosa con le loro idee e i loro post, sappiano realizzare una grafica migliore di quelle che ho visto per questa campagna, basta aprire Pinterest o WordPress, ci sono brave grafiche, scrittrici, esperte di marketing. Lavori di alta qualità, a budget nullo e con almeno una vaga idea del senso della parola empatia. Ma sono a casa perché è più semplice.

 

Mi è sembrato proprio lo svolgimento approssimativo di un compito assegnato:

Dobbiamo parlare dei problemi dell’infertilità, chi vuole farlo? Dai su, non fate quelle facce, cerchiamo di sdrammatizzare e di essere empatici. Il nome farà anche figo, fertilityday.

Sì, peccato che non abbiano capito la parola empatia, e abbiano puntato sulle leve sbagliate, facendo sentire parecchie donne come oggettini graziosi che non hanno neanche la data di scadenza…Peggio, buone solo il periodo x.

In cui devono accoppiarsi allegramente, spinte dall’immagine della clessidra che si svuota mentre loro sono distratte a fare shopping.

 

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Indicazioni per il terremoto

In tempi di terremoto, non riesco a immaginare di scrivere post vari e lamentele varie;

invito i miei lettori a darsi da fare con le azioni, chiedendo ai comuni o alla protezione civile cosa fare, per dare una mano, dare beni materiali, donare sangue.

Contribuisco con un piccolo opuscolo da tenere a mente e ripassare…

Non ho molto altro da dire!

Cerchiamo di fare il possibile!

 

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Un articolo interessante qui, su cosa fare, praticamente

Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male – Ospite Beatrice!

 

Ecco a voi il primo guest post di Enigmamma: una mia collega e lettrice ha gradito l’idea e ha scritto il suo contributo per il neonato tema Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male.

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L’autrice di oggi si chiama Beatrice Turchi, creatrice e curatrice del blog “L’agenda di mamma Bea”; mi colpisce una frase con cui si presenta:

 “L’allegria e il divertimento in famiglia non devono mai mancare, ogni giorno i  bambini si devono sentire coccolati e coinvolti nelle attività familiari … io sono qui per questo!”

il suo blog ricco di spunti, idee, è gradevole e giocoso. Per quanto riguarda il suo pezzo su Enigmamma, per me è stato molto curioso vedere come ognuna di noi focalizzi diversamente le idee e si concentri su determinati punti e comportamenti della propria vita (genitoriale e non)…ma adesso, lascio a lei la parola!

 

 

 

Credo che questo sia uno degli esercizi più difficili, ma allo stesso tempo utili, per la propria vita da genitore: mettere nero su bianco i difetti ma anche i pregi del proprio modo di educare i figli. I primi ti creano ansia perché ti fanno capire che stai sbagliando, gli altri ti creano ansia lo stesso perché pensi “sono sicura di fare davvero bene?!”

Ecco, partirei proprio da questa: l’ansia, il sentimento che da sempre più mi divora… partirei anche da cosa faccio male, meglio togliersi il dente subito!

Cosa faccio male:

  • come accennavo, sicuramente sono troppo ansiosa. Nei confronti di tutto ciò che mi circonda, non solo di mio figlio; e lo so, rischio di fargli involontariamente del male;
  • permetto di guardare troppa televisione: questo è un mal comune, lo so. Il problema è che mio figlio spesso non ha qualcuno con cui giocare, e si piazza davanti alla televisione mentre io sono occupata in altre faccende.
  • concedo troppe merende: mio figlio, il pomeriggio, a volte sembra che abbia “crisi di astinenza da cibo”: apre continuamente il frigorifero, facendo una merenda dietro l’altra e arrivando all’ora di cena con pochissima fame;
  • giochiamo poco all’aria aperta: sto con mio figlio tutti i santi pomeriggi eppure mi ritrovo a dover svolgere qualche compito, quale spesa, commissioni varie, che non ci permettono di vivere il giusto tempo all’aria aperta.

Ovviamente cerco continuamente di migliorare su questi punti, ma non è così facile!

Vediamo in cosa sono bravina…

Cosa faccio bene:

  • offro tante letture: fin da subito, ho letto a mio figlio tanti libri , ovviamente adatti alla sua età e ai suoi gusti;
  • ho tanta pazienza: contrariamente al mio carattere, irascibile, contraddistinto dal mio segno zodiacale -il toro- , con mio figlio ho sempre cercato di esser paziente e di spiegargli le cose anche 100 volte, rispondendo a tutti i suoi dubbi e le sue domande e, soprattutto, resistendo alle sue provocazioni;
  • sono consapevole dei miei limiti: come dico sempre nel mio blog, la mamma perfetta non esiste. Ne sono ormai consapevole e non perdo tempo prezioso col confronto con altre mamme: ognuna di noi ha dei limiti, di cui non deve crucciarsi troppo;
  • ci piace girare il mondo, soprattutto il nostro Paese;
  • cucino spesso con mio figlio: ho sempre cercato di avvicinare mio figlio a questa e in generale a tutte le attività quotidiane e di routine

Mio figlio, attualmente, è molto interessato alle letture, è curioso, vuole sapere, vuole conoscere. E credo che la curiosità sia fondamentale per la sua crescita personale e per il modo in cui affronterà la scuola.

Per quanto riguarda la mia pazienza, non è per niente facile; in metodo che spesso adotto, quando sento che sono arrivata al limite, è quello di andarmene in un’altra stanza, e lì cerco di calmarmi (permettendo, in questo modo, anche a mio figlio di calmarsi)…diventa tutto più facile e, una volta ritrovata la calma, torno da lui con un’energia diversa e più positiva.

D’estate ci rilassiamo, e io cerco di pensare meno ai problemi e agli impegni vari che, di solito, mi distraggono dal mio ruolo di mamma; le vacanze le stiamo passando con tanto gioco in spiaggia, come al solito leggo tanto tanto sia per me stessa che per il mio bambino e ci godiamo insieme ogni momento della giornata.

Mamma Bea

Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male

Oggi inauguro una nuova abitudine:

l’esercizio periodico del cosa faccio bene e del cosa faccio male

Inauguro questa rubrica, invitando anche i lettori a partecipare realizzando il loro elenco personale, che verrà volentieri pubblicato in questo mio spazio “social”.

Ripetendo l’esercizio con costanza (immagino possa andare bene ogni paio di mesi), dovrei avere, sul lungo termine:

un promemoria su quello che voglio fare, davvero

una traccia dei miei pensieri più effimeri

un punto fermo per capire se miglioro effettivamente, o se i miei buoni propositi sono soltanto dettati dall’euforia del momento e nulla più.

abitudine

Cosa faccio male

1- cerco di essere social, ma in realtà, nel profondo della mia anima, non lo sono;

2- cerco di essere cordiale, ma è più forte di me: come si fa a parlare con gli sconosciuti? E se è un fuori di testa o uno di quelli che non ti molla più (oggi si chiamano vampiri energetici)?

3- cerco di essere ordinata, ho letto la Kondo, ho migliorato tantissimo col mio armadio e col cassetto dei tupperware, ma sono ancora lontanissima dal senso di soddisfazione che cerco invano, da anni, errabonda

abitudine

4- cerco di essere graziosa , compro maschere, creme, scrub, olii, profumi, poi li guardo e dico: ma come ho potuto comprare tutta questa roba! Come posso mantenerla in ordine? Mi serve un altro cassetto?

Mandando in frantumi, tra l’altro,  tutti i miei sogni di seguire il Kondo-style

 

Cosa faccio bene

1- Cerco di cucinare in modo sano: cresco i miei figli a suon di merende a pane e olio e frutta fresca; compro alimenti freschi e pochissima roba conservata. Ruoto i cereali, le proteine, le verdure e ho anche stabilito che le patatine in busta sono permesse una sola volta al mese. Se non fosse per i gelati estivi, direi quasi di fare sta cosa davvero per benino.

2- Leggo, e invoglio i miei figli a copiarmi: non so come, si è stabilita in casa la consuetudine di leggere durante l’asciugatura dei capelli: i miei figli si concentrano al massimo, vicini , silenziosi , interessati. Peccato che il tutto duri al massimo 10 minuti. Ma ho trovato un metodo per avere una mezz’oretta produttiva: si lavano, si rilassano,  leggono. Meglio abituarli subito a certe buone pratiche.

abitudine

 

Vediamo se intorno ad ottobre avrò qualcosa da aggiungere o da auto-obiettarmi…

E tu, hai una lista di cattive abitudini e buoni propositi da confessare?

Article Marketing – Infanzia e dintorni

article maketing

Enigmamma ospita gratutitamente i vostri contenuti! Nascerà una sezione “notizie”dedicata ai temi principale del sito.

Lo strumento potrà rappresentare una forma di pubblicità utile sia a chi vuole far conoscere i propri prodotti, idee, attività, sia ai lettori che cercano novità, idee, prodotti  nuovi e che rispondono a certi canoni.

1-Gli articoli (ovviamente inediti) devono riguardare temi : Ambiente, Genitorialità ad alto contatto, Attenzione all’educazione e Recensioni varie, di libri, siti o film, di prodotti o giochi per l’infanzia.

2-Gli articoli possono contenere al massimo 1 link in uscita. Ovviamente il link non deve puntare a siti dal contenuto illegale o immorale.

3-Gli articoli devono avere una lunghezza indicativa di 500 parole ed essere scritti in maniera corretta (inviando l’articolo si accettano piccole correzioni pre-pubblicaazione).

 

Puoi inviare il tuo articolo a infoenigmammaATgmail.com.

In caso di pubblicazione verrete avvertiti tramite email.

L’abitudine al gioco libero

Anche se ho sempre pensato che il gioco libero fosse un toccasana per i bambini,  – un momento non strutturato, insomma, in cui non ci sia qualcosa di preciso da fare –

all’improvviso mi sono accorta che, se non c’è abitudine al gioco libero, lasciare i bambini senza impegni non è poi così fruttuoso.

 

gioco libero

Fino a pochi mesi fa, come avevo anche già scritto qui, credevo che l’idea fosse valida per bambini di tutte le età.

Quindi che un bambino, lasciato solo con pochi oggetti, possa essere stimolato a crearsi un gioco originale, una situazione immaginaria o anche ad annoiarsi un poco e abituarsi che ne so, a fantasticare, a osservare meglio quello che ha intorno, e cose del genere.

Invece mi sono resa conto che quando il bambino è scolarizzato, quindi abituato ad avere orari precisi con attività precise, scadenze, compiti, test di verifica, la campanella che suona e quant’altro, poi fa fatica a passare le prime giornate libere di vacanza.

Non sa esattamente cos’è che deve fare. Si chiede continuamente che ore siano, non riesce a rilassarsi. Vuole fare i compiti delle vacanze così rivive lo schema scolastico: siediti, prendi le penne, leggi, scrivi, completa, colora. Poi non sa se vuole uscire o stare in casa, si lamenta più o meno di tutto e assume un atteggiamento capriccioso.

Ho pensato che fosse l’impatto con le vacanze, così ho lasciato passare qualche giorno, e ho anche pensato che magari con gli amici sarebbe stato più semplice. Invitiamo gli amici.

Peggio che peggio. Erano in 3 ad essere lamentosi e perplessi. Me li sono ritrovati intorno che mi dicevano di quanto fosse meglio andare a scuola e avere qualcosa da fare. Fate un disegno, guardate un film, fate un lego.

Siamo stufi di disegnare, guardare la tv e fare i lego.

Inventatevi un gioco.

Inventare un gioco come? Ci aiuti?

Come si inventa un gioco?

Bè, a quel punto, ho capito. Anche per giocare all’aperto, in casa o in giardino, ci vuole allenamento. Non ci pensi neanche, ad arrampicarti sull’albero o a costruire una casa di stracci.

Non immagini che puoi prendere un secchio, riempirlo d’acqua, e fare a gara a chi riesce a riempire per primo una bottiglia. Il nascondino non sa di nulla, se non sei abituato ad avere un posto enorme in cui correre a perdifiato per un minuto intero per fare tana.

Forse i parchetti sono troppo piccoli, si passa troppo tempo al chiuso e i bambini, una volta lasciati da soli, si divertono solo se sono al mare o in un altro posto che offra davvero qualcosa di speciale, come la possibilità di tuffarsi, nuotare, fare scivoli e cose del genere.

Un normale giardino di casa, o un salotto con qualche gioco, sono diventati uno sfondo troppo statico e poco stimolante: ma com’è possibile?

Non lo so, fatto sta che anche l’arte di giocare arrangiandosi, va allenata: proprio come la memoria per le tabelline, come i muscoli per saltare e la manualità per colorare dentro i bordi.

Portiamo regolarmente i nostri figli ad annoiarsi da qualche parte: il loro muscolo della creatività va allenato, e se offriamo sempre attività preconfezionate, finirà che crederanno di non poter giocare bene, senza un obiettivo preciso, o senza una struttura ricettiva o il mare. Alleniamo i nostri figli, regolarmente, segnamocelo sul calendario: dalle 16 alle 18 – stanza semivuota , giardino senza altalena, o altri luoghi apparentemente piatti…

A forza di farlo, mi auguro che prima o poi avranno quel sano desiderio che arrivi l’ora del “fai quello che vuoi” e che permetterà loro di inventarsi qualsiasi cavolata, che però sarà completamente frutto dell’istintiva propensione al gioco – che nessuno dovrebbe dimenticarsi di lasciare crescere selvaggiamente.

 

nobodyshame – vestirsi nella giungla dopo la 46

 

La donna dalla 46 in su.

Non solo ha i chili in più da togliere/nascondere/mimetizzare/dissimulare, e non solo deve sentirsi per forza fuori volume massimo; una delle cose che deve affrontare quotidianamente è…

la mancanza di taglie nei negozi!

O meglio: la mancanza totale di scelta quando deve vestirsi. E voi mi direte: ma prova a dimagrire, piuttosto! E io vi rispondo: ma nel frattempo cosa mi metto?? Dovrò pur deambulare.

Vediamo meglio la questione: cos’è che manca?

Negozi con taglie oltre la 46 esistono e negli ultimi anni sono più forniti e hanno linee più decenti e graziose rispetto agli anni passati. Spesso, chi ha qualche chiletto in più o un fisico un po’ sproporzionato, trova qui e là consigli sul tipo e taglio di vestiti da indossare, per armonizzare la figura e sentirsi più a proprio agio. Il problema qual è?

 

 

curvy

 

 

Che già dalla 46, la varietà dell’offerta tende subito allo zero. Già la 46 è una taglia per cui trovi molto spesso solo colori scuri, poche fantasie, pochi capi, poca varietà. Figuriamoci 48 o 50.

Che dopotutto, non corrispondono a casi estremi di donne extra-obese che hanno un problema serio.

Magari una donna ha un bel seno prosperoso, o è molto alta, o una coscia particolarmente cicciotta. E arrivare alla 48 non è così fuori dal mondo. Non devi pesare 150 kg, insomma, c’è una bella fetta di mercato di gente in salute che comprerebbe la 46, la 48, la 50. Ma allora perché nei negozi non ci sono?

Credo per questioni statistiche. La donna italiana media è alta circa 165, ha in media una 2/3 di seno e ingrassa omogeneamente su tutte le parti del corpo. Le forniture di taglie ruotano intorno a questi dati. Più ci si allontana da queste taglie, meno si ha la certezza di vendere ( che poi le 46 finiscono sempre ovunque e immediatamente…).

Chiunque non rientri negli standard, deve girare, girare, girare, e sperare che l’unica maglietta che le sta bene non abbia una tigre glitterata o una scritta I’m sexy con la stampa di un paio di occhiali da sole.

Quindi i consigli su come camuffare, su che tipo di abito o scollatura scegliere, su come abbinare i pezzi…valgono solo per le donne magre o mini, che possono trovare qualsiasi capo desiderano.

Le altre, con la commessa sfiancata di fatica nel trovare tra magazzini  vari, una taglia giusta e calzabile, devono accontentarsi dei pinocchietti beige o della camicia color rame.

Poi non chiedetevi perché non sono mai vestite carine. I vestiti carini da comprare noi non li troviamo. Soprattutto non ovunque nè a poco prezzo.

E non parliamo dei costumi da bagno o dell’intimo.

Se però decidi di spendere tutti i tuoi averi, quindi di non mangiare più (così magari dimagrisci anche), qualche capo si trova, o comunque investendo tempo e (molto)denaro si sa, tutto si risolve.

Ma non è giusto. Non siamo una popolazione mini, c’è anche tanta gente maxi. Quindi dateci queste 46 e 48 così rare e sfuggenti, questa xl così complicata da vendere, insomma fatelo un bikini che non sia un filino colorato con tre pezzoline di 3 cm per coprire le vergogne.

Cioè, produceteli questi abiti, così magari non ci  saranno più solo magrettine fashion a farsi i selfie e a vestirsi carine, e ci sarà anche meno ossessione del dover dimagrire.

 

Il periodo della mia vita in cui ho vissuto meglio è stato un breve lasso di tempo in cui sono stata in Germania, dove io risultavo una taglia media, potevo provare abiti di una o due taglie in più (mai successo in vita mia…con abiti veri, non con abiti tagliati senza grazia e colorati malissimo), addirittura anche con i giacconi invernali! I collant salivano fino alla vita senza essere strappati e le scarpe da donna c’erano in abbondanza fino al 43. Insomma, tutto è relativo, hai voglia noi a cercare di diventare diverse. Se una donna è giunonica, le consiglio shopping tedesco.

Inutile cercare di girarci intorno, se i vestiti non ti vanno, e se la 48 non c’è mai, c’è anche un problema nella produzione e distribuzione di vestiti – non è colpa solo del panino con la salsiccia.

 

Purtroppo noto questo dramma anche per i vestiti dei bambini, dove si inizia già dalla nascita, con le taglie striminzite e tendenti sempre al meno, mai al di più. Quand’è che ci sarà una svolta, se ci sarà?

Spero presto…

 

 

nobodyshame – Nessuna vergogna del proprio corpo

Su Twitter, in cerca di “controargomenti” da trattare sul mio blog  -in questo periodo di prova costume-mania- , mi sono imbattuta nell’hashtag  nobodyshame.

Un hashtag che si porta dietro questa nuovissima e innovativa corrente di pensiero che invita tutti, e in particolare le donne, a non vergognarsi del proprio corpo.

Il motivo per  cui ogni donna debba per forza sentirsi esteticamente sbagliata è complicato da definire;

il problema più generale è che spesso si associa l’idea di un corpo magro e tonico, a una persona riuscita, soddisfatta, con una buona forza di volontà.

 

Si associa cioè, la forma del corpo, a qualità positive; mentre a corpi in sovrappeso si associano (molto frettolosamente e senza alcun fondamento) qualità negative, come il non sapersi gestire, il non saper resistere alle tentazioni, la pigrizia o l’accidia, la mancanza di gusto estetico. E anche cose peggiori.

Molto, molto, molto spesso, ho visto donne parlare della taglia 44 come una taglia “fuori misura”, e dalla 44 inizia a delinearsi il profilo di una donna che deve sicuramente e senza fiatare, vergognarsi un po’ di ciò che è. Deve quasi scusarsi delle sue forme, e correre ai ripari per trasformarsi il prima possibile in qualcosa di diverso, con un certo senso di urgenza.

 

Cosa c’è di fondato nelle qualità positive associate a corpi in peso forma?

Per me, molto poco. Spesso (non sempre ok, ma spesso) le doti fisiche sono innate. Spesso chi ha molta cura del proprio fisico ha già un fisico ben strutturato oppure lo ha avuto da giovanissimo. Indipendentemente dal motivo per cui una certa persona abbia un buon tono muscolare e un buon rapporto massa magra vs massa grassa, che sia dovuto a ore e ore di allenamenti, a una cura estrema della propria alimentazione, o a un buon corredo genetico – o a tutte e tre insieme-,

quella persona ha semplicemente una dote, ha una caratteristica, che probabilmente garantisce un buono stato di salute generale.

Nessuno ci dice niente su cosa fa o non fa la persona in esame: se ha uno dei sei vizi capitali esistenti oltre quello della gola, se si dopa, se è affidabile, se ha buona volontà. Se è simpatica o meno, o se è capace di portare a termine un obiettivo. Non lo sappiamo, ma tendiamo a credere che avrà sicuramente qualcosa di positivo, dentro di sè.

Diverso è il caso degli atleti: in quel caso, la cura e l’allenamento del proprio corpo sono parte della loro vita, del loro lavoro, della loro quotidianità. E il corpo lo dimostra, indubbiamente. Ma sono appunto, persone che investono il loro tempo, molto del loro tempo, alla cura del proprio fisico.

La grande verità, è che avere il giusto peso, assicura un certo stato di salute, il buon funzionamento del metabolismo, articolazioni non sovraccaricate, agilità, prestanza,  quindi  sicuramente uno stato a cui dovremmo aspirare un po’ tutti. Ma è un discorso di salute, e non di altri aspetti. Non si può pensare che chi sia in sovrappeso sia sbagliato. Probabilmente è meno in salute di un’altra persona, e non mi sembra che ci si preoccupi così tanto della salute in generale, se non quando è strettamente associata all’aspetto fisico.

 

Cosa c’è di fondato nelle qualità negative associate a corpi in sovrappeso?

Per me, nessuna. Ma non è stato sempre così. Anch’io pensavo che il sovrappeso fosse una stonatura, una specie di “errore”da correggere, proprio visivamente.

E per molte persone è uno stato di “gaffe” continua, diciamo quasi umiliante. Nell’immaginario collettivo il cicciotto passa le sue giornate a sbafare cibo grasso, unto, bevande gasate e zuccherate, passa dal divano all’auto e non si muove. Non importa se lavora, se ha successo, se è comunque in buona salute, se fa comunque la sua discreta attività fisica. O se mangia sano. Non importa nulla, perché il suo corpo parla chiaro, e chi non ha mai approfondito la cosa, associa l’eccesso di peso a un qualche eccesso che la persona non sa gestire o controllare. Sicuramente, porterà qualcosa di negativo, dentro di sè.

E invece, molto spesso, semplicemente non è vero. Probabilmente la persona in sovrappeso ama la buona cucina, o ripone nel cibo un significato particolare, potrebbe usarlo come consolazione o averne fatto un vero e proprio vizio.

Riporre in qualcosa un significato particolare, usarlo come consolazione o farne un vero e proprio vizio, lo fanno un po’ tutti, solo che chi non lo fa col cibo, non ha effetti visibili all’esterno.

Questo brevissimo stralcio di Kung fu Panda è divertentissimo…e tutto il film rispecchia molto questo modo di giudicare troppo in fretta chi non appare così tanto in forma.

 

 

E così, ho visto in giro alcuni video e alcuni slogan, e ho deciso di raccogliere un po’ di materiale e di scrivere qualche pezzo in difesa di chi ha addosso dei chili in più ma si è stufato di doversene vergognare. A volte ci propinano modelle cosiddette curvy, che poi in realtà sono donne in formissima e proporzionate, solo con curve un po’ più accentuate. Lo slogan #nobodyshame invece si rivolge proprio a tutti, cicciottelli, superobesi, ma anche solo chi ha una forma troppo a pera, le caviglie troppo spesse, la ciambella alla vita o le gambe storte e il collo corto. Basta! Diffondiamo questo nobodyshame. Che spesso è anche un discorso frainteso, come è accaduto in questo caso.

Tema del prossimo pezzo: la difficoltà di vestirsi oltre la 46 e oltre la 4° di reggiseno. A presto.

 

nobodyshame

 

 

 

 

 

 

 

 

 

immagine donne: www.wdonna.it

I miei TED talk preferiti #4 – La nostra vulnerabilità

 

Il Ted che vi linko oggi mi è piaciuto particolarmente, perché la donna che parla ammette di aver sbagliato di grosso, a voler pensare di poter controllare tutto e prevedere tutto.

Un errore che facciamo tutti spessissimo, e che causa frustrazione e severità eccessiva verso se stessi.

Il tema principale è la vulnerabilità, ma il discorso tocca svariati punti altrettanto importanti, compreso qualche accenno anche alla vita genitoriale.

 

Buona visione!

 

 

Fidarsi dei propri figli: come si fa?

 

Tutti viviamo un impegno quotidiano: quello di rendere il figlio fiducioso verso il genitore.

Cerchiamo di far capire ai bambini cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa si fa e non si fa, dedicandoci alle spiegazioni con tanta cura e disponibilità.

Li curiamo, li coccoliamo e li facciamo sentire al sicuro, e ci sentiamo felicissimi di vedere quanta fiducia ripongano i bambini in noi genitori;

mamma fiducia

 

ma noi, ci impegniamo così tanto a fondo anche nel dimostrare la nostra fiducia verso di loro?

 

Io no, non abbastanza!

Purtroppo si tende a dare poca importanza a questo aspetto: il bambino è sempre visto come qualcosa a cui fornire indicazioni, guide, regole, lodi, affetto, protezione, richiami…

Ma la nostra fiducia? Il nostro dire: “Mi fido di te”, quante volte viene fuori, in una giornata?

Quante volte ci preoccupiamo di valutare se e quante volte abbiamo ricordato ai nostri figli che ci fidiamo di loro e che anche loro ci fanno sentire “bene“coi loro gesti, coi loro ragionamenti, con le loro azioni e quant’altro?

Sicuramente poco. Perché ovviamente ci sono incombenze più urgenti, e che hanno effetti nell’immediato.

Ma a volte basta poco, anche farsi raccontare un aneddoto senza dare una nostra valutazione o un giudizio, anche chiedere solo come si sentono senza chiedere perché e per come, e lasciare che si esprimano liberamente.

Si fa sempre più fatica man mano che i figli crescono: maggiore è la loro capacità di prendere piccole decisioni, di ricevere delusioni o di “sbagliare” qualcosa, un compito, una scelta…

Maggiore è la nostra tendenza a intervenire e a mettere del nostro per indicare loro il senso di giusto e sbagliato, di causa e conseguenza.

Come se non ci fidassimo della loro personale capacità di comprendere e sperimentare direttamente la realtà che li circonda. O come se avessimo fretta di rivelare loro certe realtà che si apprendono solo col tempo e l’esperienza: quindi, che fare?

Niente, fidarsi. Fidarsi come ci fidiamo di un adulto. Confidare nel fatto che anche un bambino piccolo fa i suoi ragionamenti logici e che impara a farli anche se noi non forniamo sempre loro lo schema da seguire.

Ascolto, e fiducia.

Non so come, ma quando decido che devo fidarmi dei figli poi ne rimango sempre stupita. Probabilmente a causa del fatto che i bambini si accorgono se li stiamo “sottovalutando”e reagiscono male, restituendoci dei comportamenti nervosi e in qualche modo offesi.

Sì, probabilmente è vero, ogni volta che ci dimentichiamo di qualcosa, i nostri figli sono lì per ricordarcelo, e se offriamo accoglienza a priori, di fronte a qualsiasi cosa si presenti, i figli ci rendono indietro quel senso di complicità e sincerità così tanto difficili da ottenere – quando siamo offuscati dall’arido interventismo adulto.

 

 

#bastatacere ma basta anche col fidarsi troppo

#‎bastatacere‬ è un’iniziativa di madri per le madri e per tutti quelli che sono pronti ad ascoltare la nostra voce. Non sosteniamo nessuna professione in particolare ma ci auspichiamo per noi e per le nostre figlie un’arte ostetrica appropriata garantita dal Nostro Sistema Sanitario Nazionale, augurandoci che tutti i fornitori di assistenza alla nascita possano metterla in pratica con amore, dedizione e competenza

dal gruppo facebook: bastatacere le madri hanno voce

bastatacere ostetrica

#bastatacere è stato un progetto bellissimo,  a cui non ho partecipato attivamente in quanto non ho avuto maltrattamenti ostetrici e ho vissuto i miei due parti in maniera molto poco traumatica.

Ma ho seguito i vari messaggi di denuncia e sfogo di tante donne che hanno ricevuto trattamenti poco professionali e spesso anche insulti gratuiti e fuori luogo.

 

Cos’è che davvero andrebbe cambiato? La cultura ostetrica? La prassi ospedaliera?

Sì, in parte.

L’errore di fondo, però, che ho visto io con i miei occhi è : l’“estrema fiducia” che abbiamo verso l’alto. Verso chi sa di più , verso chi può di più, verso chi lavora da più tempo. Ci si  fida ciecamente, e non si riesce a immaginare che qualcuno ci veda semplicemente come oggetti che fanno numero.

E c’è, in particolare, un’eccessiva fiducia nei reparti maternità. Tante donne rifiutano l’idea di un corso preparto, interno o esterno alla struttura ospedaliera. Non vogliono sapere, credono siano perdite di tempo, perché tanto poi ci sono i medici. Tanto poi al momento di partorire che ti metti, a respirare?

Sicuramente è più invitante fare altro col pancione: andare a passeggio, fare acquisti, farsi foto, preparare il corredino e quant’altro. Col mio secondo figlio ho vissuto più pienamente la preparazione al parto, ma alla fine non ho avuto il coraggio e la forza di preparare un piano del parto, come mi era stato (giustamente) consigliato poco prima del termine.

Non sono riuscita a farlo e sapete perché? Perché mi richiedeva tempo e fatica per capire cosa scriverci, e non avevo tanta forza. Non ero nella giusta predisposizione per farlo, avevo troppe paure e mi dicevo che mi sarebbe bastato avere un parto come il primo, per essere a posto. Quindi ho scelto la stesa struttura ospedaliera della volta precedente. Affidandomi a quella professionalità che avevo testato e che mi aveva regalato un parto relativamente sereno.

La seconda componente è stata la paura: paura che qualcosa andrà storto, paura di prendere la decisione sbagliata e poi sentirsi dire da qualcuno te l’avevo detto. Perché, come capita spessissimo a tutti , non mi sentivo abbastanza capace di prendere un po’ in mano la situazione e far valere i miei diritti, non essendo minimamente abituata a farlo.

Siamo usi a fidarci ciecamente di tante figure professionali, come se non fossero umane, come se avessero una rettitudine morale intrinseca inattaccabile, che li fa valere più degli altri, li fa essere meno approssimativi o meno inclini a dire mezze verità o d aggiustare le cose secondo i propri comodi – magari anche a discapito di altri.

Ci ho riflettuto tanto sopra, e ho capito che oltre alle ragioni personali di ognuno di noi, come paura, mancanza di tempo per formarsi e tante altre possibili cause, principalmente il motivo per cui spesso non ci occupiamo dei nostri diritti è che è più comodo, non doversi informare su nulla, tanto “ci sono loro”.

Più comodo dedicare il nostro tempo e i nostri pensieri solo ad attività rassicuranti e futili.

Più facile chiedere in giro o in piazza, mentre si parla d’altro, anziché da fonti indipendenti. Ed è più comodo, affidare l’esito di eventi delicati e importanti come il parto  a chi “è esperto”, in modo che la nostra paura e la nostra ignoranza abbiano questo scudo forte –  che qualcun altro regga nei momenti complicati della nostra vita.

La professionalità, magari quella profumatamente pagata, è vista come intoccabile e istituzionalmente valida: così è, e chi ne dubita è solo un fanatico. Ma non si tratta di dubitare delle competenze dei professionisti; semplicemente, loro non possono sostituirsi a noi.

Devono essere una fonte di conoscenze per noi, una figura di riferimento, un punto di appoggio. Non sono loro a doversi sobbarcare tutto il peso delle nostre sensazioni, delle nostre credenze e delle nostre priorità.

Non possiamo essere tuttologi, e questo lo so. Non posso diventare esperta di : farmaci, medicina, medicina alternativa, alimentazione, ginecologia, ostetricia, amministrazione pubblica, diritto pubblico e privato, tossicologia, e primo soccorso.  Devo affidarmi a qualcuno esperto, devo trovare un professionista di cui fidarmi e a cui afferire quando mi si presenta un problema.

Ma non posso neanche lavarmi le mani di tutto il sapere che gira intorno alla mia salute, e in generale, alla mia vita di donna e cittadina; sperando che altri , al posto mio, si prendano la briga di stare attenti al mio benessere e alla tutela dei miei interessi.

Tuttologi no, ma un po’ più inseriti nella marmellata della conoscenza sì, per capire cos’è che ci succede, e per avere un quadro trasparente del concatenarsi degli eventi.

Si rifugge troppo spesso, il ruolo pesante di dover capire, apprendere e ragionare.

 

Nel corso degli anni sta diventando più semplice restare occupati in attività frivole che accorgersi di ciò che ci succede intorno. E, ovviamente, non solo negli ospedali.

Ricordiamoci però che la vita è nostra, e se non ci pensiamo noi a tutelare i nostri diritti, sono pochissime le persone disposte a farlo al posto nostro.

bastatacere ostetrica

Dubbi e rebus genitoriali