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Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male – Ospite Beatrice!

 

Ecco a voi il primo guest post di Enigmamma: una mia collega e lettrice ha gradito l’idea e ha scritto il suo contributo per il neonato tema Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male.

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L’autrice di oggi si chiama Beatrice Turchi, creatrice e curatrice del blog “L’agenda di mamma Bea”; mi colpisce una frase con cui si presenta:

 “L’allegria e il divertimento in famiglia non devono mai mancare, ogni giorno i  bambini si devono sentire coccolati e coinvolti nelle attività familiari … io sono qui per questo!”

il suo blog ricco di spunti, idee, è gradevole e giocoso. Per quanto riguarda il suo pezzo su Enigmamma, per me è stato molto curioso vedere come ognuna di noi focalizzi diversamente le idee e si concentri su determinati punti e comportamenti della propria vita (genitoriale e non)…ma adesso, lascio a lei la parola!

 

 

 

Credo che questo sia uno degli esercizi più difficili, ma allo stesso tempo utili, per la propria vita da genitore: mettere nero su bianco i difetti ma anche i pregi del proprio modo di educare i figli. I primi ti creano ansia perché ti fanno capire che stai sbagliando, gli altri ti creano ansia lo stesso perché pensi “sono sicura di fare davvero bene?!”

Ecco, partirei proprio da questa: l’ansia, il sentimento che da sempre più mi divora… partirei anche da cosa faccio male, meglio togliersi il dente subito!

Cosa faccio male:

  • come accennavo, sicuramente sono troppo ansiosa. Nei confronti di tutto ciò che mi circonda, non solo di mio figlio; e lo so, rischio di fargli involontariamente del male;
  • permetto di guardare troppa televisione: questo è un mal comune, lo so. Il problema è che mio figlio spesso non ha qualcuno con cui giocare, e si piazza davanti alla televisione mentre io sono occupata in altre faccende.
  • concedo troppe merende: mio figlio, il pomeriggio, a volte sembra che abbia “crisi di astinenza da cibo”: apre continuamente il frigorifero, facendo una merenda dietro l’altra e arrivando all’ora di cena con pochissima fame;
  • giochiamo poco all’aria aperta: sto con mio figlio tutti i santi pomeriggi eppure mi ritrovo a dover svolgere qualche compito, quale spesa, commissioni varie, che non ci permettono di vivere il giusto tempo all’aria aperta.

Ovviamente cerco continuamente di migliorare su questi punti, ma non è così facile!

Vediamo in cosa sono bravina…

Cosa faccio bene:

  • offro tante letture: fin da subito, ho letto a mio figlio tanti libri , ovviamente adatti alla sua età e ai suoi gusti;
  • ho tanta pazienza: contrariamente al mio carattere, irascibile, contraddistinto dal mio segno zodiacale -il toro- , con mio figlio ho sempre cercato di esser paziente e di spiegargli le cose anche 100 volte, rispondendo a tutti i suoi dubbi e le sue domande e, soprattutto, resistendo alle sue provocazioni;
  • sono consapevole dei miei limiti: come dico sempre nel mio blog, la mamma perfetta non esiste. Ne sono ormai consapevole e non perdo tempo prezioso col confronto con altre mamme: ognuna di noi ha dei limiti, di cui non deve crucciarsi troppo;
  • ci piace girare il mondo, soprattutto il nostro Paese;
  • cucino spesso con mio figlio: ho sempre cercato di avvicinare mio figlio a questa e in generale a tutte le attività quotidiane e di routine

Mio figlio, attualmente, è molto interessato alle letture, è curioso, vuole sapere, vuole conoscere. E credo che la curiosità sia fondamentale per la sua crescita personale e per il modo in cui affronterà la scuola.

Per quanto riguarda la mia pazienza, non è per niente facile; in metodo che spesso adotto, quando sento che sono arrivata al limite, è quello di andarmene in un’altra stanza, e lì cerco di calmarmi (permettendo, in questo modo, anche a mio figlio di calmarsi)…diventa tutto più facile e, una volta ritrovata la calma, torno da lui con un’energia diversa e più positiva.

D’estate ci rilassiamo, e io cerco di pensare meno ai problemi e agli impegni vari che, di solito, mi distraggono dal mio ruolo di mamma; le vacanze le stiamo passando con tanto gioco in spiaggia, come al solito leggo tanto tanto sia per me stessa che per il mio bambino e ci godiamo insieme ogni momento della giornata.

Mamma Bea

L’abitudine al gioco libero

Anche se ho sempre pensato che il gioco libero fosse un toccasana per i bambini,  – un momento non strutturato, insomma, in cui non ci sia qualcosa di preciso da fare –

all’improvviso mi sono accorta che, se non c’è abitudine al gioco libero, lasciare i bambini senza impegni non è poi così fruttuoso.

 

gioco libero

Fino a pochi mesi fa, come avevo anche già scritto qui, credevo che l’idea fosse valida per bambini di tutte le età.

Quindi che un bambino, lasciato solo con pochi oggetti, possa essere stimolato a crearsi un gioco originale, una situazione immaginaria o anche ad annoiarsi un poco e abituarsi che ne so, a fantasticare, a osservare meglio quello che ha intorno, e cose del genere.

Invece mi sono resa conto che quando il bambino è scolarizzato, quindi abituato ad avere orari precisi con attività precise, scadenze, compiti, test di verifica, la campanella che suona e quant’altro, poi fa fatica a passare le prime giornate libere di vacanza.

Non sa esattamente cos’è che deve fare. Si chiede continuamente che ore siano, non riesce a rilassarsi. Vuole fare i compiti delle vacanze così rivive lo schema scolastico: siediti, prendi le penne, leggi, scrivi, completa, colora. Poi non sa se vuole uscire o stare in casa, si lamenta più o meno di tutto e assume un atteggiamento capriccioso.

Ho pensato che fosse l’impatto con le vacanze, così ho lasciato passare qualche giorno, e ho anche pensato che magari con gli amici sarebbe stato più semplice. Invitiamo gli amici.

Peggio che peggio. Erano in 3 ad essere lamentosi e perplessi. Me li sono ritrovati intorno che mi dicevano di quanto fosse meglio andare a scuola e avere qualcosa da fare. Fate un disegno, guardate un film, fate un lego.

Siamo stufi di disegnare, guardare la tv e fare i lego.

Inventatevi un gioco.

Inventare un gioco come? Ci aiuti?

Come si inventa un gioco?

Bè, a quel punto, ho capito. Anche per giocare all’aperto, in casa o in giardino, ci vuole allenamento. Non ci pensi neanche, ad arrampicarti sull’albero o a costruire una casa di stracci.

Non immagini che puoi prendere un secchio, riempirlo d’acqua, e fare a gara a chi riesce a riempire per primo una bottiglia. Il nascondino non sa di nulla, se non sei abituato ad avere un posto enorme in cui correre a perdifiato per un minuto intero per fare tana.

Forse i parchetti sono troppo piccoli, si passa troppo tempo al chiuso e i bambini, una volta lasciati da soli, si divertono solo se sono al mare o in un altro posto che offra davvero qualcosa di speciale, come la possibilità di tuffarsi, nuotare, fare scivoli e cose del genere.

Un normale giardino di casa, o un salotto con qualche gioco, sono diventati uno sfondo troppo statico e poco stimolante: ma com’è possibile?

Non lo so, fatto sta che anche l’arte di giocare arrangiandosi, va allenata: proprio come la memoria per le tabelline, come i muscoli per saltare e la manualità per colorare dentro i bordi.

Portiamo regolarmente i nostri figli ad annoiarsi da qualche parte: il loro muscolo della creatività va allenato, e se offriamo sempre attività preconfezionate, finirà che crederanno di non poter giocare bene, senza un obiettivo preciso, o senza una struttura ricettiva o il mare. Alleniamo i nostri figli, regolarmente, segnamocelo sul calendario: dalle 16 alle 18 – stanza semivuota , giardino senza altalena, o altri luoghi apparentemente piatti…

A forza di farlo, mi auguro che prima o poi avranno quel sano desiderio che arrivi l’ora del “fai quello che vuoi” e che permetterà loro di inventarsi qualsiasi cavolata, che però sarà completamente frutto dell’istintiva propensione al gioco – che nessuno dovrebbe dimenticarsi di lasciare crescere selvaggiamente.

 

Fidarsi dei propri figli: come si fa?

 

Tutti viviamo un impegno quotidiano: quello di rendere il figlio fiducioso verso il genitore.

Cerchiamo di far capire ai bambini cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa si fa e non si fa, dedicandoci alle spiegazioni con tanta cura e disponibilità.

Li curiamo, li coccoliamo e li facciamo sentire al sicuro, e ci sentiamo felicissimi di vedere quanta fiducia ripongano i bambini in noi genitori;

mamma fiducia

 

ma noi, ci impegniamo così tanto a fondo anche nel dimostrare la nostra fiducia verso di loro?

 

Io no, non abbastanza!

Purtroppo si tende a dare poca importanza a questo aspetto: il bambino è sempre visto come qualcosa a cui fornire indicazioni, guide, regole, lodi, affetto, protezione, richiami…

Ma la nostra fiducia? Il nostro dire: “Mi fido di te”, quante volte viene fuori, in una giornata?

Quante volte ci preoccupiamo di valutare se e quante volte abbiamo ricordato ai nostri figli che ci fidiamo di loro e che anche loro ci fanno sentire “bene“coi loro gesti, coi loro ragionamenti, con le loro azioni e quant’altro?

Sicuramente poco. Perché ovviamente ci sono incombenze più urgenti, e che hanno effetti nell’immediato.

Ma a volte basta poco, anche farsi raccontare un aneddoto senza dare una nostra valutazione o un giudizio, anche chiedere solo come si sentono senza chiedere perché e per come, e lasciare che si esprimano liberamente.

Si fa sempre più fatica man mano che i figli crescono: maggiore è la loro capacità di prendere piccole decisioni, di ricevere delusioni o di “sbagliare” qualcosa, un compito, una scelta…

Maggiore è la nostra tendenza a intervenire e a mettere del nostro per indicare loro il senso di giusto e sbagliato, di causa e conseguenza.

Come se non ci fidassimo della loro personale capacità di comprendere e sperimentare direttamente la realtà che li circonda. O come se avessimo fretta di rivelare loro certe realtà che si apprendono solo col tempo e l’esperienza: quindi, che fare?

Niente, fidarsi. Fidarsi come ci fidiamo di un adulto. Confidare nel fatto che anche un bambino piccolo fa i suoi ragionamenti logici e che impara a farli anche se noi non forniamo sempre loro lo schema da seguire.

Ascolto, e fiducia.

Non so come, ma quando decido che devo fidarmi dei figli poi ne rimango sempre stupita. Probabilmente a causa del fatto che i bambini si accorgono se li stiamo “sottovalutando”e reagiscono male, restituendoci dei comportamenti nervosi e in qualche modo offesi.

Sì, probabilmente è vero, ogni volta che ci dimentichiamo di qualcosa, i nostri figli sono lì per ricordarcelo, e se offriamo accoglienza a priori, di fronte a qualsiasi cosa si presenti, i figli ci rendono indietro quel senso di complicità e sincerità così tanto difficili da ottenere – quando siamo offuscati dall’arido interventismo adulto.

 

 

Poesia delle mamme

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Poco è stato come l’avevamo immaginato
a volte non ci siamo riconosciute allo specchio
o nel nostro urlo stanco e mal gridato.
Ci guardiamo intorno e come un’ombra pesante
ogni difficoltà sembra l’orma di una nostra abilità mancante.
Osserviamo i nostri piccini e ci chiediamo
quanto mai il nostro amore saprà tenerci vicini.
A volte sole nelle quattro mura,
a volte come leonesse di fronte a una caccia dura.
Un attimo di pena sarà venuto a tutte
e poi, come ogni giorno, la scelta di guardare avanti
e non a quello che ci ha un po’ distrutte.
Non tutti giorni sono belli e carichi di gioia,
il nostro ruolo ci inghiotte e a volte ci porta alla noia.
L’errore più grande è quello di pensare che una mamma debba fare qualcosa,
o che non la debba fare.
Ognuna di noi sa quello che le passa,
dentro e attraverso
e come si rilassa.
Ognuna di noi guardando l’altra
può fare molto: vedere che anche lei,
nei suoi reconditi nascosti,
ha un cuore indaffarato, ad amare e
a sconfiggere mostri.
La madre a volte è sola, ed è giusto così,
perché solo lei in quel momento,
può e dev’essere lì.

 

 

 

 

Alle mamme

I miei TED talk preferiti #3 – Sul coding


Oggi consiglio un TED un po’ meno coinvolgente emotivamente rispetto ai primi che vi ho segnalato (qui sulla multipotenzialità e qui sull’introversione).

Stavolta ho scelto un talk coinvolgente dal punto di vista educativo e tecnologico.

Ho anche scritto un articolo sul coding, e la sua introduzione nella scuola.

coding scuola

 

Coding  letteralmente significa “fare codice” dove per codice, in campo informatico, si intende l’insieme delle operazioni che il programmatore informatico scrive e compone per comunicare con la macchina e darle istruzioni.

Ebbene questo signore, Mitch Resnick,  parla proprio di questo; attraverso la presentazione del suo software, Scratch, introduce a una programmazione per blocchi e molto intuitiva da utilizzare.

Il discorso è un poco lungo ma è davvero efficace nel trasmettere la positività di questa novità: quella di introdurre i bambini all’attività profondamente formativa e allo stesso tempo creativa e coinvolgente che è il coding. Buona visione!


 

Coding, bambini e mestieri (finora) incomprensibili

 

Negli ultimi anni  si è introdotta la questione del coding nelle scuole e dell’insegnare ai bambini a interagire coi dispositivi digitali.

Coding letteralmente significa “fare codice” dove per codice, in campo informatico, si intende l’insieme delle operazioni che il programmatore informatico scrive e compone per comunicare con la macchina e darle istruzioni.

Il tema mi affascina per due motivi:

il primo – studiare coding è una grande conquista per gli studenti: bambini e ragazzi di ogni età, iniziano (almeno in teoria) a vivere una scuola più partecipata e più attiva, fatta anche di attività creative legate al mondo che li circonda e non solo più da argomenti teorici, importanti sì, ma pur sempre troppo distanti dalla vita “vera”. O da attività pratiche che riguardano unicamente la sfera artistica: creare non è solo arte, è anche tecnologia!

coding bambini scuola

Programmare finora è stato insegnato solo a studenti del ramo informatico e fisico-matematico.  Col risultato che la maggior parte della popolazione non conosce affatto le potenzialità di un computer o non afferra la possibilità di crearsi programmi personalizzati , anche su software che usano abitualmente (per esempio i fogli Excel sono programmabili, accettano il codice, ma soltanto pochissimi utenti lo sanno e/o  sanno come sfruttare la cosa).

Questo ha portato, negli anni, a un uso passivo degli strumenti informatici : si spera che introducendo strumenti e basi per il coding i futuri utenti avranno un approccio più consapevole e più personalizzato nei confronti di computer, smartphone e app.

Ho trovato che ci sono dei veri e propri giocattoli che introducono al coding anche bambini molto piccoli, o dei software da scaricare che permettono di programmare a blocchi, in maniera intuitiva e molto giocosa.

Un esempio è questo, adatto già dai 3 anni di età : Cubetto, il gioco che insegna il codice in stile Montessori

Un esempio di software è Scratch, per bambini più grandi , diciamo in età scolastica; potete approndire attraverso questo Ted Talk.

 

Il secondo motivo per cui questa buona nuova mi ha incuriosito parecchio, è che io stessa sono stata una studentessa a cui è stato insegnato a programmare; e ho lavorato – e tuttora ci provo-  in campo informatico, senza riuscire a spiegare agli altri in cosa consistessero il mio lavoro/ le mie conoscenze in campo informatico/ il mio ruolo specifico. Non è mai facile spiegare agli altri il tuo mestiere in campo informatico: o crei siti web, o aggiusti computer rotti, oppure sei una figura sbiadita di sindacabile serietà.

E quando, scendendo nel particolare, ho cercato di spiegare cosa significhi programmare e perché e per come ci siano diversi linguaggi in uso,  ho avuto l’impressione di non essere compresa per niente. Quando ho fatto colloqui di lavoro e spiegato le attività svolte in precedenza, ho avuto l’impressione di parlare arabo antico…una volta una intervistatrice mi disse, alla fine del colloquio: “ma quindi, Java ti piace proprio? Lo usi pure per passatempo?”

Come se stessimo parlando di Candy Crush.

coding

Magari in futuro, grazie a questa pratica del coding fin da piccoli, sarà comprensibile a un maggior numero di persone il tipo di lavoro che sta dietro a un programma, a un software, a un portale interattivo, all’home banking…e ci sarà meno atmosfera di mistero : la programmazione non sarà più  vista come “roba solo per nerd”. Anche se poi autodefinirsi nerd va di gran moda sul web e ultimamente fa molto figo…Ma questo non c’entra molto!

O forse sì…forse andrebbe coltivata fin da piccoli (col coding) la parte nerd che ognuno di noi -probabilmente- ha. Una buone dose di conoscenze informatiche, e le capacità logiche e di sintesi che aiuta a sviluppare la programmazione, sapranno renderci sicuramente più liberi e più creativi. E la figura del nerd-sfigato, sono sicura, scomparirà per sempre: sostituita, forse, dal palestrato che si alimenta (ancora!) con una dieta iperproteica. Chi lo sa?

 

Staremo a vedere 🙂

 

 

 

I miei TED talk preferiti #2 – Sull’introversione

 

Mi pare che questo qui sia stato proprio in assoluto il primo TED talk che ho visualizzato in vita mia: qualcuno lo aveva condiviso su Fb e sono rimasta affascinata sia dal tema che dall’idea in sé del programma TED. Ho notato che, ad oggi, si trova in classifica tra i primi 20 Ted più visti in assoluto.

Questi dati fanno riflettere: se un discorso sul fatto che gli introversi debbano smettere di sforzarsi di essere più estroversi, ha avuto tanto successo, vuol dire che buona parte della gente che è introversa ha vissuto questa cosa sulla propria pelle: quella di sentirsi un po’ sbagliata.

 

introverso

 

Personalmente condivido tutto, ma soprattutto il discorso del lavoro di gruppo che, se forzato o troppo incalzante, rende le capacità dei singoli meno “libere” e quindi meno creative, ma anche meno spontanee. Un vero lavoro di gruppo è quello che si ottiene come raccolta finale di idee e creatività dei singoli: in questo modo, non solo si confrontano realmente più teste, ma si percepisce anche meglio chi ha fatto cosa, e chi è più portato per cosa.

Buona visione, lettori introversi ed estroversi…

 

Vi è piaciuto il video?

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Vita genitoriale: non avrei mai immaginato che…

 

Quando da piccola o da adolescente immaginavo la mia vita adulta, avevo una vaga certezza che avrei avuto dei figli, questo sì. Ecco, finora, di tutto quello che avevo immaginato, questa è l’unica aspettativa che si è realizzata in pieno, anche in anticipo rispetto ai miei programmi iniziali.

In che cosa, invece, le mie aspettative genitoriali sono rimaste, come dire, soltanto congetture e immagini sbiadite che non fanno assolutamente  parte della mia realtà odierna, ve lo spiego subito:

1.Mi aspettavo che i figli avessero un’autonomia molto molto limitata nei primi anni di vita

Praticamente, credevo che ai bambini andasse insegnato tutto, ma proprio tutto. Non sapevo che avessero già un set completo di comportamenti istintivi, non sapevo che imparassero a mangiare, esprimersi, camminare e lamentarsi da soli. Addirittura rimasi meravigliata nello scoprire che appena nati si attaccano al seno e iniziano a poppare.

Non so perché: forse l’abitudine alle bambole ferme e ignare di tutto (che non mi sono mai piaciute…), forse perché non avevo mai riflettuto su quanto l’essere umano sia “animalesco” come tutti gli altri esseri viventi, insomma fatto sta che, soprattutto con la mia prima figlia, mi sono ritrovata a dirmi: e caspita, ma questa fa tutto da sola! Ricordo in particolare quando nelle prime settimane di vita, lei già faceva tantissime espressioni facciali legate a ciò che succedeva intorno a lei: ma chi gliele ha insegnate?

2.Immaginavo pomeriggi silenziosi, notti tranquille e risvegli fiabeschi

Sapevo che i bambini piangono, che hanno bisogno di molta assistenza e che non possono essere lasciati soli, ma non sapevo che possono anche non avere nessuna regolarità col sonno, anche per diversi anni. Immaginavo la mia vita con bimbi piccoli fatta di torte fatte in casa, pomeriggi davanti alla tv con copertina e tisana, domeniche tranquille col sugo a bollire per due ore e l’arrosto in forno arrotolato da me in persona, mentre i bambini dormono fino alle 12. Oppure immaginavo che avrei finalmente coltivato hobby e letto tanti libri, dato che sarei uscita di meno e la vita mondana sarebbe crollata a picco.

Macchè. Se la domenica riusciamo a uscire per una passeggiata senza aver prima messo sottosopra tutto ciò che non è fissato ai muri, è già tanto. Se riesco a comprare gli ingredienti per una torta e a usarli prima che scadano, mi sento realizzatissima. Con l’arrivo del secondo figlio, la quantità di alimenti preparati con cura e dedizione, o con preparazioni lunghe, è scesa vicinissima allo zero, e se penso che da giovane universitaria con una cucina 2×2 condivisa in 5 mi dicevo: quando avrò la mia cucina, piena di giusti attrezzi e in cui io possa muovermi, darò libero sfogo alla mia creatività …Devo dire che mi sento davvero una che non aveva capito niente. In effetti adesso regna la regola: qualsiasi cosa vuoi fare, l’importante è che non richieda più di 10/12 minuti. Quindi ricette veloci, libri letti a colpi di due o tre pagine alla volta, riviste lette dopo 3-4 mesi dalla loro entrata in casa..film…cosa? Un film??

3.Supponevo una conoscenza maggiore  da parte dei genitori, del mondo dei figli, della loro psicologia, delle loro esigenze

Nella mia fervida immaginazione di ragazza, pensavo che i genitori fossero molto preoccupati della crescita (anche emotiva) dei loro figli; e che, non so attraverso quale canale o quale ambito, ricevessero qualche indicazione o suggerimento per la loro educazione e per capire le loro esigenze. Invece, nada. Deserto. Voragini. Il nulla eterno. All’educazione dei figli, ci pensano la scuola, il catechismo, e l’improvvisazione. Chi ha figli più complicati da gestire…si attacca!! O inizia iter irritantissimi e costosi tra diagnosi varie, richieste di sostegni alla scuola, definizioni varie di disturbi più o meno eidenti e tanto altro ancora.

In questo sono rimasta molto delusa…siamo sicuri, di essere così tanto evoluti come crediamo?

4.Immaginavo una regolarità e una scansione dei tempi definibile a priori

Sempre a causa della mia immaginazione ingenua e martellante, mi aspettavo che la vita genitoriale fosse, diciamo, più scandita e regolare di quella da gente senza figli. I figli vanno a nanna presto, hanno i loro impegni, ci sono orari precisi da rispettare e quasi quasi ci si annoia… Il weekend si pianifica, il ristorante si prenota, la vacanza si decide con calma, tutto è più schedulato.

Anche qui, profonda sorpresa. I figli ti insegnano a vivere sulla cresta dell’onda, momento per momento, senza fare piani troppo ardimentosi e ottimisti. La regolarità diventa solo quella di andare a fare la fila dal pediatra: tutto il resto è improvvisazione, last minute, lo decido il nanosecondo prima di farlo, vediamo come sta, a volte tutto in pomeriggio va deciso in base a se e come è stato fatto un opportuno sonnellino. Quella volta che si addormenta e credi di avere solo 20 minuti di respiro, è la volta che dorme 5 ore filate e tu avresti potuto fare il cambio di stagione a 4 armadi , farti la tinta e preparare le lasagne per il freezer. Ma non lo hai fatto, perché sai che non puoi iniziare lavori del genere e poi lasciarli a metà.

Forse qui il problema è mio. Accetto consigli.

5.Mi aspettavo…una maggiore facilità nella gestione degli affari famigliari

Mi aspettavo una gestione della vita dei piccoli un poco più sostenibile. Attività, campi estivi, locali adatti ai bambini, reti di babysitter…Diventa tutto molto, molto complicato se la mamma deve lavorare e non ha una o più nonne a totale disposizione. E non è solo una questione di fatica o di spese: ci sono proprio dei vuoti, assenza di servizi, assenza di spazi pensati per i bambini, assenza di idee per genitori sommersi dagli impegni. Il bambino diventa qualcosa a cui trovare una sistemazione, e per questo molto spesso i bambini sono sovraesposti ad attività varie, palestre, lingue, musica ecc ecc: perché i genitori hanno bisogno di un sostegno, e non possono più permettersi di stare a casa coi bambini fino alla loro maggiore età. Che si fa se i genitori devono uscire di sera? Che si fa se un genitore è fuori e l’altro ha impegni impellenti?

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Che si fa d’estate? Dove vanno i bambini quando la scuola è chiusa?Boh! Avverto un po’ di senso di abbandono, della serie, hai voluto i figli, e adesso ti attacchi.

 

Queste sono state le mie perplessità di madre, finora, che hanno completamente spiazzato il mio ideale giovanile di vita coi figli. Ho parlato soprattutto di vita pratica, perché è proprio quella che immaginavi diversa. Il resto, sentimenti, emozioni e legami, non sono neanche immaginabili a priori, e , com’è giusto che sia, soltanto l’arrivo del figlio crea quel senso di meraviglia e di desiderio di giustizia nel mondo. Che quando non hai figli, puoi solo immaginare e pregustare; quando poi arrivano, diventano un’inspegabile forza  che ti fa sopportare tutto il resto!

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Questo post partecipa al progetto #Stormoms sul tema di Marzo: Grandi speranze e grandi aspettative

L’allattamento e il suo significato profondo: sono solo opinioni?

Col mio primo figlio, l’immagine mentale che avevo dell’allattamento era questa: la donna partorisce, produce latte, il bimbo beve, poi dopo un po’ si aggiunge il latte in polvere perché quello materno non basta, poi si passa piano piano ai primi cibi diversi, pappine, brodini, e poi in una data non precisa si passa al cibo spezzettato dei grandi. Non avendo parenti coi bimbi piccoli, e non frequentando nessuna persona con bimbi piccoli o che lavora in ambienti  dedicati all’infanzia, non potevo avere altre fonti, se non quella della pubblicità. Continua la lettura di L’allattamento e il suo significato profondo: sono solo opinioni?

I soliti film di Natale? Ma anche sì!

il post parla dei miei film di natale preferiti per bambini. In genere non scrivo articoli in base al calendario e mi piace scrivere cose che siano rileggibili in qualsiasi momento dell’anno.

Questo, però, è il primo Natale che passerò in compagnia del mio blog. Quindi voglio scrivere un articolo natalizio. Ma unirò alla mia solita manìa di suggerire idee per i bimbi, un certo desiderio di rendermi utile: so che passare le vacanze di Natale, coi bimbi in casa, non è semplice.

auguri

 

Quindi mi diletto in una dissertazione sui migliori film di Natale per bambini da vedere da soli, in famiglia, con gli amici, coi nonni…

Pellicole per tutti, alcune un po’ datate, forse viste e riviste: ma i bimbi sono piccoli, per loro niente è trito e ritrito; da qualche parte dovranno pur cominciare

Continua la lettura di I soliti film di Natale? Ma anche sì!

3 punti per l’autonomia dei nostri figli

I nostri figli sono un pezzo di noi, ma coincidono con noi? Dove arriva il limite della pertinenza del nostro intervento?

I figli vanno incoraggiati a fare da soli o vanno seguiti, con una presenza palpabile, affinché ci sentano sempre al loro fianco? E fino a che età?

Boh.

Mi piacerebbe chiederlo a qualche esperto, magari un giorno intervisterò qualcuno, ma per il momento mi piace scrivere sul blog ciò che penso io, una mamma qualunque, perché il mondo è fatto di mamme qualunque come me, e non di iper-extra-arci-laureati in materie psicologiche e sociologiche. Quindi, vediamo, che ne penso? Mia figlia ha quasi 7 anni, ed è questa l’età in cui lei sta facendo  le prime cose “da sola”: per esempio, resta in palestra da sola, va dai nonni da sola, scende a comprare il pane al negozietto sotto casa…e cose del genere.

Per i compiti, ha raggiunto una certa autonomia ma preferisce che io sia lì a fianco a lei, o poco distante, e che controlli senza invadere troppo. Ma come si fa a restare alla giusta distanza?

figli

Come si fa a non finire nel sostituirsi si figli e fare le loro cose, al posto loro? Spesso, nei compiti, sarebbe tanto più facile suggerire e aiutare i propri figli: si farebbe prima, i figli avrebbero una spiegazione in più, un’occasione in più per ascoltare la regola o la definizione…Ma stiamo veramente facendo i genitori, in questo modo?

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Nomi, tu a quale scaglione appartieni?

Nomi e scelte.
Non mi piacciono, in generale, gli incolonnamenti in categorie, soprattutto quando si parla di genitori. E’ divertente, e anche abbastanza facile categorizzare e deridere i vari stili genitoriali e di comportamento, e di solito non lo faccio perché credo che sia una cosa riduttiva e poco utile, se non per farsi due risate. Ma dopo aver sentito che la Canalis ha dato un nome molto particolare a sua figlia ( non leggo questo genere di notizie, ma te le fanno spuntare ovunque!)…ho deciso, lo farò pure io un post sulle categorie di nominatori di figli.
Tu, che nominatore sei?

nomi

Lo storico-epico

Il genitore che vuole riportare in voga nomi ormai desueti perché troppo antichi, per stufo o per  personaggi troppo particolari ad essi associati.

Tutti i nomi che troviamo nei libri di storia e probabilmente in molti musei.

Romolo, Achille, Dedalo e Icaro, Ulisse, Cleopatra, ce ne sono tanti, nomi di mitologia greca o romana, o di storia dell’Italia e dell’Europa…Cristoforo, per esempio, non è un nome qualsiasi. E neanche Aristotele. E neanche Atena o Penelope. Isacco o Giacobbe…sono tutti bei nomi, ma senza dubbio, da un certo gusto evocativo rivolto al (tra)passato.

Il classico a tutti i costi

Per forza nome classico. Non troppo particolare nè straniero, non suoni troppo complicati. Non troppo antico nè troppo moderno. Classico, e basta. Maria Roberto e i 4 evangelisti. Tutto è il resto è azzardo senza senso. Tutti gli altri fanno del male ai loro figli. I nomi classici sono stupendi, peccato che siano pochi, se uno fa 4 figli è già in difficoltà.

L’esotico

Può essere come vuole, l’importante è che suoni strano. Che metta in difficoltà chi dovrà scriverlo o comprenderlo. Per il resto va bene tutto. Il top dell’esotico è il nome Rosario per una bambina. Diffuso dove, in America Latina? Sicuramente bello ma, per me, metterlo altrove, è proprio l’emblema del genitore che gode nel dire: lo chiamo come cazzo mi pare.

Il ricercato

Il genitore che sceglie un nome molto particolare, spesso con un significato nascosto profondo e misticheggiante. Oppure con una significato legato a qualche sua passione. Non mi viene in mente nessun esempio scrivibile. Forse una volta ho letto di una certa Persefone che si chiamava così perché sua madre amava la danza classica e la mitologica Persefone ne era in qualche modo legata. In questo caso sfiora anche l’epico-nostalgico, ma insomma il succo è questo: non metto mica un nome così alla leggera, tanto per urlare al parchetto. Metto un nome con un senso.

Il modaiolo

Assolutamente nome contemporaneo. Banditi i nomi dello scorso decennio, figuriamoci un nome storico. Nomi biblici? E mica siamo sul set dei 10 comandamenti? Qui siamo nel tremila, i nomi devono essere al passo coi tempi. I nomi che mi ispirano modaiolità sono quelli tipo Aaron e Swuami. I nostri nonni non avrebbero neanche saputo leggerli, quindi sono moderni il giusto. Anche su questa scia possono trovarsi gran bei nomi, anche italiani, tipo Iurih, ma peccato che a volte i nonni vivano abbastanza per poterli chiamare o per dover compilare un loro modulino per la scuola. Cioè va bene tutto, ma il gusto di mettere altri in difficoltà, no. L’importante è fare un bel cartellino chiaro in modo che possano ricordarsi lo spelling, almeno i familiari.

Il melodico

L’importante è il suono. E l’accoppiata col cognome. Non importa se chiamo mia figlia Minima o Mela. Suona bene col cognome. A parte gli scherzi, io forse sono un po’ di questa categoria, il suono conta molto per me, visto che poi dovrà echeggiare per anni e anni nella nostra vita…Scegliere un bel suono per me è un’ottima scelta.

Il composto

I genitori compostanti per me sono quelli che hanno sempre avuto il nome del cuore e non riescono a rinunciarvi: allora ben venga, aggiungere il nome in più, che sia un ricordo o una fissa o un legame o quant’altro. Mi sarebbe piaciuto un nome composto per i miei figli, ma non trovavamo accordi su un nome, figuriamoci su due! Però ha il suo fascino, e di certo, in caso di omonimie, è molto più carino avere un secondo nome che essere chiamato nome+cognome, o peggio ancora solo col cognome.

L’estroso

L’estroso è quello che gode della mia ammirazione: abbina le tipologie precedenti creando nomi unici e particolari. Oppure, sceglie nomi che non sono comunemente usati come nomi, riuscendo comunque ad ottenere un buon risultato e una sensazione piacevole a chi ascolta. Un grande esempio: Africa. Una coppia di miei conoscenti ha scelto questo nome e io ne sono rimasta affascinata. Coraggio quanto basta, voglia di dare un senso, melodicità, esoticità. Certo non è un nome classico, ma avrebbe potuto esserlo.

Il rinominatore

Rinomina i figli coi nomi dei propri genitori. Per alcuni non è una scelta:si fa così e basta, per altri una scelta un poco obbligata. Per altri (come nel mio caso) è un colpo di fortuna, perché si ha un nome che piace e che accorda due genitori sprovvisti di un nome preferito. Secondo me molto adatto anche agli indecisi, o a chi ha paura di sbagliare. Però attenzione, andiamoci piano, perché se il modaiolo a tutti i costi rischia di cadere nel ridicolo, certi nomi di nonni e bisnonni, pure non scherzano. Ci vuole un po’ di coscienza.

Tu come hai scelto il nome, o come lo sceglieresti? Io in definitiva mi pongo tra un melodico e un nostalgico, di certo mi sento poco modaiola e non mi piacciono i nomi che contengano le lettere straniere. Ma ammiro molto chi sceglie un nome molto particolare, senza sfiorare quell’alone di difficoltà nella scrittura o nella pronuncia che, secondo me, non è bene trasmettere come eredità ai nostri pargoletti. Dover ripetere il proprio nome per incomprensibilità per me no, non è un bel fare. Sempre per quel discorso, che il figlio sì, è nostro, ma ancora prima di chiamarlo per nome per la prima volta, dobbiamo ricordarci di rispettarlo.