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Due è già troppo, in Italy

Passare da uno a due figli per me è stato decisamente “frettizzante”. Un termine inventato ora da me…per esprimere la sensazione che vivo ormai da più di due anni.

Le mie attività sono frettizzate. Non frettolose. E’ diverso.

Mi si è frettizzata la vita. Nel senso che in ogni momento, sono necessariamente concentrata sul momento successivo. I pensieri corrono sempre a qualche ora dopo, qualche giorno dopo, qualche mese dopo. Un accavallamento di cose, nomi, appuntamenti, orari, richieste, fogli da firmare, presentare, consultare cerca costantemente di essere districato e portato di pari passo allo scorrere dei giorni sul calendario.

Giochi, vestiti che diventano piccoli, menu da inventare, merende da preparare, ingredienti da controllare si accatastano nella mente…Zainetti, intimo, bagnetti, tutto più schedato e più schematico, rispetto al figlio unico. Frettizzato e anche organizzato, magari male organizzato, ma necessariamente più metodico.

Tant’è che il mio relax mood in cui ho sempre vissuto ha iniziato a essere un tantino insufficiente e ho dovuto necessariamente fare delle scelte organizzative in casa: comprare divisori per armadi, decidere di sistemare i giochi in uno scaffale, decidere di togliere alcuni giochi dalla circolazione, e così via.

Ma tutto sommato, non ho trovato questo passaggio faticoso, a livello materiale: gli oggetti essenziali e più ingombranti erano già in casa, la consapevolezza che anche il secondo figlio avrebbe potuto dormire poco, e comunque la distanza di età tra i miei figli (5 anni) mi stanno permettendo di affrontare i vari passi con una certa praticità.

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A livello mentale invece la stanchezza si fa sentire, molto probabilmente perché ho dei figli psicologicamente stancanti, più che fisicamente. Non sono dei gran corridori/ arrampicatori/ stravolgitori di arredamento, riescono a stare a tavola seduti, vengono volentieri in macchina e non piantano un capriccio nel bezzo mezzo del supermercato affollato. No, loro sono apparentemente tranquilli. Il che significa che se li incontri per strada o se ci vieni a trovare, loro appaiono calmi. Ma è solo una copertura…:) Continua la lettura di Due è già troppo, in Italy

Il mio 2015: un’esperienza extra-sensoriale

Salutare il vecchio anno, oggi vorrei farlo da…blogger, raccontando in breve cosa ho appreso da questa esperienza “extra-sensoriale“.

Aprire e tenere vivo un blog è davvero un’esperienza extra-sensoriale; di solito chi avvia questo tipo di attività ha il gusto della scrittura, della riflessione, un vago gusto estetico-informatico e una vaga sensazione di necessità di comunicare, senza volersi (necessariamente) imporre troppo fragorosamente all’attenzione generale. Le pagine personali si aprono per i più disparati motivi, per ricera di qualcosa, per guadagno, per sfogo, per necessità, per passare il tempo o per mostrare qualcosa che si ha da dire.

Non è un lavoro, non è una cosa privata come un hobby, è accessibile a tutti-tutti. Qualcosa di extra. Se scrivi un blog stai mettendo in giro tutto quello che senti dentro di te, non solo quello che vedi , quello che hai studiato, quello che ti ha incuriosito.

Metti i tuoi sensi in ordine, li disponi su una pagina e poi clicchi sul tasto: Pubblica.

 

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Da quel tasto e da quell’atto di pubblicare, a me arriva una strana sensazione: sto affidando qualcosa all’etere, e non so che fine farà. Chi la leggerà.

Mi sento, certe volte, come col messaggio della bottiglia: la butto nel mare, sperando che chi la leggerà saprà intendere quello che volevo intendere e saprà che da qualche parte c’è qualcuno che non ha voluto tenere quel messaggio per sè.

Ed è un modo nuovo, di lanciare la boccia . Sì, i blog esistono ormai da tanti anni, ma solo da pochissimo tempo le persone hanno sempre in mano uno strumento connesso, e solo da pochissimissimo tempo tutte le persone che conosciamo si sono connesse sui social più diffusi. Quindi, ora, i contenuti dei blog, sono davvero contenuti per tutti.

Trovabili da tutti. La nostra boccia di vetro attraccherà di sicuro su una spiaggia, più o meno affollata. Qualcuno sicuramente si fermerà a leggere il nostro messaggio, per interesse ma anche per riempire un po’ del suo tempo vuoto o morto. O perché è curioso oppure perché qualcuno che gli piace ha condiviso un articolo.

Ho avuto tantissimi contatti con diversi blogger(s) di ogni tipo, e la traccia indelebile che rimarrà, per me, è trovare in ciascuno di loro un pezzetto di “extra-sensorialità”, la stessa che sento su di me. Una specie di capacità di comunicare al di fuori della norma, o forse più che capacità un desiderio. Una bramosìa, direi, di arrivare da qualche parte con la propria piccola pergamena e di vederla esposta per poter permettere alle parole di prendere aria e di liberarsi verso gli altri.

Forse chi apre un blog ha proprio sentito questa necessità, di esplodere i propri pensieri verso gli altri, forse perché di solito parla poco, o perchè capita spesso tra gente che non vuole sentire. Oppure, sta benissimo tra la gente e stava benissimo senza blog, ma attraverso di esso lascia scorrere qualcosa che prende vita solo in silenzio, in solitudine e di fronte a uno schermo grigio.

La sua attività è molto simile a quella di uno scrittore, ma un blogger ha tante cose in meno: non ha una precisa professionalità, non ha un editore, non ha un canale classico di pubblicità, non ha in pratica niente…Niente di riconducibile ad attività degli anni passati.

Forse, tanti anni fa, qualcuno che scriveva messaggi sui muri, con le bombolette spray, avrebbe aperto un blog, chi lo sa?

I detentori di blog che ho incontrato hanno sempre questa caratteristica: sono pazienti, molto pazienti. Ed educati. Sì educati, rispettosi degli altri, perchè se non lo si è , non si riesce a mantenere un blog. Non si può essere spavaldi, con un blog, nè menefreghisti del mondo.

Un insieme di caratteristiche complesse, insieme alla voglia di lanciare messaggi, insieme alla capacità di dialogare mentalmente con un immaginario lettore, una insolita capacità di produrre pensieri interessanti per gli altri, e tante altre sfuggenti competenze, mi hanno rivelato qualcosa di nuovo e inaspettato:

i blogger sono extra-senzienti, cioè sentono tutto ciò che li circonda in maniera estesa, con antenne particolari.

Forse un blog rappresenta la nuova forma d’intrattenimento del web e quindi un’arte.

L’arte di bloggare.

Sorrido, ma comunque da questo 2015 ho appreso tanto, e nella sfera del blogging ho carpito tante sfumature diverse, che mi hanno resa soddisfatta di aver messo in pratica una stramba idea che mi circolava in mente da tempo.

Quando si cerca di intrattenere gli altri , quale che sia il canale artistico scelto, si fa sempre una grande grandissima opera innanzitutto su se stessi.

E lo scorrere delle giornate, quando si scava su se stessi, diventa più intenso: mi piace definire questo stato come “extrasensoriale”.

 

 

Dedicato agli amici del gruppo Adotta1blogger

 

A me è andata così, quindi è così.

Negli anni dei social si è diffusa la mania di commentare sempre e comunque ciò che si legge sul web.

Tutti commentano tutto: a qualcuno questo dà fastidio, e non sopporta (molto anti-democraticamente) che ognuno possa dire la propria. A me invece fa piacere, per diversi motivi: tra tutti, il principale è che viene meglio fuori il profilo reale della persona.

Nel senso, che avendo davanti uno schermo, anziché una persona o un gruppo di persone,  è più facile sostenere la propria idea, argomentarla ben benino e dedicarsi all’argomento quando se ne abbiano tempo e  voglia. Questo per me è uno dei benefici maggiori del web. Oltre a quello supremo, di poter trovare argomenti di discussione che ci interessano.

Perché prima, se non amavi calcio, Gp e Formula 1, oppure gossip di vario livello, non è che avevi molto spazio e molti spunti per metterti a parlare di qualcosa, con qualcuno, così per puro cazzeggio, ovunque tu fossi. Dovevi per forza leggere un libro o una rivista, e non sempre uno ha voglia di leggere un libro. Magari hai solo voglia di parlare. E non del meteo. Ecco, col web e coi commenti puoi parlare degli argomenti che ti piacciono con altre persone a cui quegli argomenti piacciono e così via.

Qual è invece la cosa più aberrante che ho trovato su questa nuova pratica, il discussionismo?

Che le persone non hanno ben capito cosa significa che qualcosa provochi qualcos’altro. Il famoso causa-effetto. Eppure non è difficile. Una cosa ne causa un’altra, ma non sempre la stessa causa ha lo stesso effetto.

Per dirla in termini calcistici, se uno tira un rigore, e fa goal, una interpretazione sbagliata è: -siccome io ho tirato un rigore e ho fatto goal, vuol dire che tirare un rigore equivale a fare goal.

E voi direte: infatti, devi vedere se lo fai, il portiere potrebbe parare, la palla andare fuori o sul palo etc etc (quali sono poi altri casi?…illuminatemi).

 

E invece il discussionista vi dirà: ma se ti sto dicendo che io ho tirato il rigore e ho fatto goal, perché metti in discussione quello che dico? Ti assicuro che è così, ho fatto davvero un bel goal e ho preso anche applausi e ola.

E voi inizierete una discussione lunghissima dove interverranno persone di una fazione, persone dell’altra, persone che vi diranno che la ragione sta nel mezzo e altre figure ricorrenti, come quello che sicuramente vi dirà che l’Italia ha altri problemi quindi inutile stare a parlare di rigori.

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Vi è capitato vero?

Perché, mi chiedo, si fa fatica a capire che la propria esperienza non è una legge indiscutibile, ma è appunto solo una personale esperienza? Solo uno dei vari esiti possibili di una serie di cause? Continua la lettura di A me è andata così, quindi è così.

Figli: e il pezzo di vita senza di loro, dove lo mettiamo?

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Oggi parlerò di uno dei ricordi più cari, più bistrattati e sicuramente più fraintesi e incatalogabili: il ricordo di quando non ero ancora diventata mamma.

Un ricordo sempre estremizzato: ci sono i negazionisti (quando non avevo figli, non esistevo/ero una nullità/non capivo niente), i super- nostalgici (quando non avevo figli non avevo responsabilità e potevo scolarmi i rhum e pera tutto il weekend/non capivo niente/non dovevo preoccuparmi di nulla), i traumatizzati (quando non avevo figli comandavo la mia vita, ora no/ non capivo niente), e gli adultizzati (da quando sono genitore capisco i miei genitori/non capivo niente)

Il fattore comune è sempre: non capivo niente. Comunque si senta questo ricordo, almeno per quello che sento e leggo io, ciò che accomuna tutti è la sensazione di avere ricevuto una grande rivelazione sulla vita, diventando genitori. Sicuramente è verissimo e affascinante, ma:

un ricordo positivo verso noi stessi, perché non riusciamo a visualizzarlo?

Perché dobbiamo per forza sminuire il nostro io precedente? Continua la lettura di Figli: e il pezzo di vita senza di loro, dove lo mettiamo?

Mamme cedevoli e morbide

Stavolta non mi riferisco allo stile educativo…Mi riferisco alle curve e alla tonicità della pelle, insomma al fisico!

Tempo fa ho letto la notizia di una mamma, una certa Rachel Hollis, che ha pubblicato sui social  la sua foto in bikini mostrando senza pudore la sua trippetta rimasta dopo 3 gravidanze. Dice che ha messo la foto sul web per tranquillizzare le altre mamme e per avere finalmente una foto realistica, di una plurimamma con le sue plurismagliature, che è comunque in pace con la sua immagine.

Fin qui tutto bello. Bella idea. Sosteniamo un po’ queste povere mamme tarchiatelle che non riescono a rimettersi in sesto dopo il parto e che si sentono un po’ a disagio con le loro nuove curve.

BOTERO

 

Ma…cos’è che mi ha colpita? Da brava donna (e non solo mamma) in sovrappeso, ho studiato a fondo l’immagine, mm per mm, Continua la lettura di Mamme cedevoli e morbide