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L’ allattamento aiuta a combattere il tumore al seno?

 

L’allattamento al seno va promosso per diversi motivi: il principale, è quello della salute del bambino. Ma anche della mamma. C’è relazione tra l’aumento di tumori al seno e la pratica quasi dismessa di allattare per periodi lunghi?

 

seno

Faccio parte della minuscola minoranza di mamme che ha allattato un figlio per più di due anni. Non è stato facilissimo nè avviare l’allattamento nè portarlo avanti, e alle volte ho pensato che forse, avessi avuto meno motivazioni, avrei mollato prima.

Per allattare al seno, però, intendo allattare veramente, cioè dare il seno al proprio figlio come unica fonte di latte. Parlo di allattamento esclusivo fino ai 6 mesi, e poi di continuare a dare latte a richiesta, cioè ogni volta che il bambino cerca, senza tabelle , e senza fretta di tramutare il pasto latteo in pasto fatto di altri cibi. (Vedi qui).

Vero, il luogo comune ha il suo fondo di verità: il bimbo spesso si attacca “troppo” al seno, lo cerca troppo spesso e lo usa come ciuccio, cioè per rilassarsi, per consolazione ecc…

Premesso che è il ciuccio l’invenzione umana, e che è il ciuccio che abbiamo sostituito alla tetta – alle volte qualcuno se lo scorda- comunque è vero, non ci sono più le condizioni per allattare come si allattava una volta.

Diventa ingestibile ed eccessivamente stancante per la mamma. Ci sono dei momenti in cui ovviamente il bimbo va anche indirizzato, insomma compiuto l’anno è ovvio che la madre , sia quella di oggi che quella dei secoli scorsi, ha anche altri impegni, magari altri figli,  e non può continuare a vivere in estrema simbiosi col figlio . Ma sarebbe auspicabile che ogni madre cercasse di farlo al suo meglio e il più a lungo possibile.

Le motivazioni che mi hanno spinto ad allattare fino a due anni e mezzo del mio bimbo sono state varie, ma la più forte è stata la vaga possibilità che questo mi aiutasse a combattere il tumore al seno, che in famiglia è stato molto presente e in un caso anche letale.

Quando qualcuno sminuisce il sostegno all’allattamento e la sua promozione, o trova insolito un allattamento che oggi si chiama “prolungato”, io in parte gioisco, perché so che quella persona probabilmente non ha avuto donne in famiglia col tumore al seno.

In parte mi intristisco, perché l’atto più bello e naturale che una donna possa fare con le sue tette, è stato relegato ai pochi giorni dopo il parto, per poi tornare all’unica importanza che si dà alla tetta nel suo magico potere di attrarre l’occhio maschile. Utile e bella anche quella, ma riduttiva.

La diffusione del tumore al seno sta diventando impressionante, colpisce tantissime donne anche giovani. Per fortuna la prevenzione sta diventando sempre più efficace, così come anche la cura.

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In quest’ottimo articolo di Genitorichannel trovate riferimenti precisi agli studi condotti negli ultimi anni. Sembra che il beneficio di un allattamento prolungato sia maggiore per le donne con un’accentuata familiarità col problema. Sembra, magari non è.

Si è ancora lontani dal capire le ragioni effettive che stanno portando a un aumento così vorticoso dei casi di tumore – e chi ha avuto il triste evento tra i suoi cari lo sa: ogni strada , anche se appare bislacca o complicata da seguire, va imboccata, a costo di apparire irrazionali o estremisti o fuori tempo.

Buona settimana dell’allattamento a tutte le donne, e buon ottobre rosa, mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno.

 

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Il #Fertilityday nel mondo che vorrei

 

 

Assodato dunque, come ha detto la ministra, che la campagna per il fertilityday non sia piaciuta, cerchiamo di dare un contributo positivo e di dare una mano. Invece di lamentarci. Lamentarsi soltanto non serve a nulla, ed è anche vero che è troppo comodo mettersi lì a criticare mentre si sta seduti sul divano a fare i propri comodi.

Allora, innanzitutto è difficile piacere a tutti: figuriamoci su temi delicati come questo. Quindi l’obiettivo di questa campagna non può essere quello di essere fighi e acclamati di gioia dalla gente;

ma trasmettere un messaggio, che riguarda la salute pubblica. Come i messaggi sulle sigarette. Insomma ci siamo capiti. Non è campagna elettorale, quindi non si devono ricevere consensi: si deve informare la gente. Però qualsiasi sia lo scopo (prendere voti, informare, infangare la concorrenza, ecc ecc ) cerchiamo di non dimenticare la buona educazione.

Cioè l’educazione, normale, neanche quella proprio perfetta. Un pochino di educazione e di rispetto.

 

 

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Innanzitutto, nel mondo che vorrei questa immagine qui sopra dovrebbe rappresentare ignoranza, mediocrità, e dovrebbe essere postata ( se proprio non se ne può fare a meno)

da un webete o da un insensibile, o da un invasato, o da una persona davvero ma davvero triste.

Non dal ministero della salute che vuole aiutare le coppie a capire meglio la loro fertilità.

 

“Porta al figlio unico” sembra quasi che il figlio unico sia una malattia.

Fornire dati sulla fertilità è un lavoro serio e avrà (si spera) un certo impatto sulla gente. Non è un gioco e non dev’essere un messaggio da far arrivare in qualsiasi modo, purché arrivi. Insomma, non si può improvvisare. Non è la giornata dedicata agli innamorati o al pesce di lago, o ai viaggi in roulotte. Non è la giornata del sorriso. Insomma ha un tantino di spessore in più.

E la solita risposta, anche abbastanza corretta se presa da sola, si sa qual è:

la campagna è rivolta a chi ha problemi di fertilità o a chi non è abbastanza informato sul tema e rischia di sottovalutare certi fattori come il tempo, l’età

Ma questo non deve dare il permesso di schernire, sminuire e giudicare tutto il resto della popolazione.

Perché è questo che è stato fatto. I consensi non ci sono stati perché è stato semplicemente un insieme di messaggi maleducati e irrispettosi.

Forse si fa fatica ad essere educati e anche efficaci, perché lo stile bullo è sempre quello che premia di più, ovunque, anche in campagna elettorale – e più il messaggio è forte e scomodo e più arriva.

Ma si fa davvero fatica a pensare che quella campagna sia stato il frutto di una sottile strategia del tipo  almeno se ne parlerà.

Sembrava semplicemente sottovalutare l’esistenza di persone fuori dal binario, che non schedulano la loro vita a scaglioni quinquennali con precise scadenze

sia volontariamente che per forze maggiori.

Ecco almeno a me basterebbe poco, basterebbe che si considerino cittadini degni di vivere anche quelli fuori dallo schemino, ché lo schemino molti lo seguono solo perché fa comodo e li libera dall’ansia di doversi scegliere ciò che fare della loro vita.

Insopportabilmente social

Alcune pratiche social che hanno preso piede negli ultimi tempi, e che trovo insopportabili. Non conta chi le usa, ma il fatto che sia diventato automatico usarle, per tanti;  fenomeni insidiosi e soporiferi: comportamenti a metà tra il copiaincolla e l’effetto domino.

 

Con la saturazione di Facebotrekking-299000_1920ok, e la mia presenza su diversi altri social (più di tutti Twitter), ho avvertito questo fenomeno: spesso chi passa molto tempo online inizia a usare stratagemmi e modi di dire che vede usare in giro, con la speranza (immagino) di raggiungerne lo stesso effetto.

Col fatto di avere  diversi account attivi e desiderare di collegarli, oppure con l’avere un discreto numero di contatti su un social e cercare di usarli per raggiungere i propri  obiettivi – indipendentemente da quanto siano sani o legittimi questi obiettivi – si finisce col comportarsi in maniera poco spontanea e spesso, anche poco originale, in ogni caso davvero ma davvero molto poco interessante. Per il poveretto che ci capita.

I tag infiniti su foto non gradevoli

Parente stretto del metodo porta a porta, ne è il riflesso sui social. Chi posta è stato invitato , suppongo dal suo superiore nella piramide dei venditori, a ripetere la campagna di racimolamento clienti col metodo “tagga il mondo, qualcuno abboccherà”. Ed ecco che ci si trova taggati con altri 90/100/120 utenti su una foto bruttissima, sgranata e addobbata coi glitter, con un vago invito a contattare in privato la persona che risolverà l’arcano problema.

Se dici gentilmente di non essere interessato a questi tag, che a volte si ripetono nel giro di pochi giorni, ti dicono pure: se non sei interessata, togliti il tag. Un po’ come dire, il lavoraccio fallo tu, io sono troppo occupato ad accumulare miliardi col networking piramidale. Un po’ come uno che ti frena col motoscooter davanti, e ti fa: se non vuoi bagnarti, spostati. Stessa sensazione.

Scusa, spostati tu: o meglio, scompari…

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I post di lamentela allusivi e poco chiari

Spesso sono post condivisi semplicemente, non ideati dalla persona che li pubblica sulla propria bacheca.

Sono post che alludono a qualche misterioso comportamento scorretto, maligno, attuato da una persona che si credeva amica e che invece amica non era. Si allude, si allude e mai si conclude…per chi è?

Per tutti? Per una persona in particolare?Se è diretta a una persona particolare, perché rendere pubblico il pensiero, brutto negativo e, talvolta, con un vago sapore di vendetta?

Questa è una piaga tipica di Fb, sugli altri social non c’è molto spazio per la negatività, in quanto vengono usati maggiormente per comunicazioni brevi ed efficaci o per interazioni di tipo lavorativo. Quindi insomma, va bene il dolce far nulla, ma se si pubblica qualcosa, si dovrebbe sempre pensare che c’è qualcuno che intercetterà la faccenda e niente, gli avete rovinato i 5 minuti di relax che si era preso. Grazie, eh.

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fonte: Pinterest, seniorita87

 

La richiesta di aprire un contenuto su un altro social

Se sono su Instagram vuol dire che sto guardando le foto, se sono su Twitter vuol dire che sto cercando di rilassarmi leggendo frasi brevi e concise…

Perché pubblicare su Twitter il link nudo e crudo alla tua foto su Instagram? Cosa intendi fare, cosa pretendi da me, cosa ti è venuto in mente, esattamente, quando hai cercato di rimbalzarmi da un social all’altro senza darmi neanche una buona ragione per farlo? Davvero non capisco. Su ogni social, metti quello che può interessare su quel social, non mettere quello che hai fatto altrove. Già è abbastanza faticoso aprire le pagine dei blog, o almeno per me lo è. Ma almeno dammi un’ introduzione, un’eschetta che mi faccia capire se devo abboccare o no. Altrimenti io dico solo,  “sè vabbè ciao”.

Se lo hai visto fare dai VIP e funziona, non è che funzionerà per tutti…

La richiesta su un social di seguire il proprietario dell’account altrove o su altri blog di proprietà

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Questa è proprio la più soporifera di tutte…non appena mostri il minimo interesse verso un account, con un like o un +, ecco che piovono messaggi automatici sapientemente personalizzati in cui sei invitato a seguire anche il profilo Linkedin, Twitter, questo, quell’altro, il blog gemello che parla di cose simili e l’altro suo blog che parla di cose che non c’entrano nulla. Il problema è che non ho mai tempo per gestire le notifiche, quindi il sonno scatta anche perché leggere i messaggi su Twitter è una delle cose che faccio di sera, a tempo perso…e loro ci mettono del loro per farmi decidere di spegnere tutto.

L’uso smodato delle solite 4/5 locuzioni modaiole

Non parlo di Ciaone, Mainagioia, e adesso anche Non ho capito la mail e Andiamo a comandare: quelle, sono citazioni, che diventano tormentoni e sono pure simpatiche.

Mi riferisco proprio a dei modi di esprimersi che letti una volta o due fanno un bell’effetto, poi diventano un copiare raffazzonato. Soprattutto quelli usati nelle descrizioni dei profili. Ora, io non so chi abbia iniziato a usarle e quando, però secondo me è ora di metterle un attimo da parte e rinfrescare il repertorio. Me ne vengono in mente solo alcune, al momento, e per fortuna, aggiungerei!

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adoro!

qui è dove…

…come se piovesse

…come se non ci fosse un domani

…non necessariamente in questo ordine

aiuto le aziende a…

 

 

 

Il plurale in cui  il lettore viene coinvolto senza motivo

Messaggi trionfali, profondi e finemente argomentati, introdotti con un plurale inefficace.

Vi siete lamentati di qualcosa? Avete messo la foto arcobaleno per i diritti degli omosessuali? Avete messo l’immagine Je suis Charlie? Beccatevi il polpettone elaborato e condito sapientemente che scredita la vostra mossa. Sì, l’utente si rivolge a tutto il mondo circostante, come se tutto il mondo circostante abbia partecipato a determinate ed esplicite campagne.

Io non ho aderito a nessuna campagna pubblicamente, quindi perché mi servi lo stesso il polpettone? Si prega di indicare a chi ci si riferisce, a inizio post. Forse uno su quattro sarà il bersaglio del vostro livore, io nel frattempo schiaccio un pisolino così stasera riesco a leggere più messaggini finto-personalizzati su Twitter.

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E tu, cosa trovi “insopportabilmente social”?

#Fertilityday. Empatia del mio stivale

A nessuna donna piace aspettare per avere figli, se ha deciso che vuole averli. Molte donne magari prima di mettere su famiglia hanno anche usato metodi contraccettivi forti o abortito, perché non era il momento e perché non c’erano le condizioni. Non è che non avevano voglia di accoppiarsi quando avevano 20 anni. O che non sapevano che il fumo fa male o che a 40 anni la fertilità diminuisce.

Non è facile fare figli; crescerli. Nel senso che prima dei 30 anni ti inseriscono già nella sezione “irresponsabili”, se ne fai due già ti dicono “ora basta” oppure “appartenete a una setta religiosa?”.

Se ne fai tre ti dicono bravo, che se no qui figliano solo gli extracomunitari. Come se fosse una gara.

Se non ne fai neanche uno, ti dicono che stai sprecando un bene comune della società e non solo tuo…?

Quindi in pratica ci manca solo che ci diano lo schemino: devi avere 30 anni spaccati, il contratto a tempo indeterminato, 4 nonni e 4 bisnonni in pensione (ma quanti anni devono avere sti nonni…se fino a 70 devono lavorare?) e autosufficienti al 100%, che magari ti sganciano la casa oppure un extra mensile. Altrimenti sei un poraccio o una zecca, che vuole prendersi permessi al lavoro senza vergogna e con la faccia tosta, quando serve – che poi le necessità sono: figli ammalati e scioperi/vacanze degli insegnanti.

Mi vengono in mente le migliaia di ragazze che abortiscono, magari neanche convinte al 100%. Solo perché sta male partorire a 20 anni e rovinarsi la vita. Per poi scoprire che anche a 37 stai rischiando di rovinare la tua esistenza perché non stai procreando da giovane.

Penso a chi lavora con soddisfazione e teme di perdere il suo posto o il suo ruolo, o anche solo di perdere quel treno in corsa che è stata tanto fortunata a poter prendere. Perché una volta che fai figli tutto cambia, e se a 23 anni era presto perché eri scema, a 40 sei scema perché è tardi. Insomma sei sempre una povera scema.

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Se si voleva affrontare il tema dell’infertilità, bastava fare una campagna informativa,  non basata su quell’atteggiamento misto tra l’ironico e il bullo.

Offrire qualche consulenza, offrire un test, puntare sulla fiducia verso il medico, aprire uno sportello, un servizio, proporre un’educazione sessuale a scuola e magari chiamarla non più solo sessuale ma anche alla fertilità. Non un #fertilityday arrabattato alla buona.

E invece, sta cosa ammiccante e tristemente pretenziosa…mi sento veramente male.

Dovevano trasmettere empatia (parole tratte dai documenti del ministero) ma forse lo specialista che ha preso i lavori ha confuso empatia con simpatia, e ha pensato di fare degli slogan simpatici con la cicogna sul tetto e due persone che si accoppiano con uno smile giallo tra le gambe.

Io sono terrorizzata da questa cosa. Questa specie di finta voglia di dare una mano a chi vorrebbe saperne di più, o questo finto interesse verso la vita complicata delle famiglie e delle coppie.

Mi è sembrato proprio tutto finto, e mi sembra che le centinaia di mamme blogger che seguo, casalinghe, che cercano di arrabattarsi qualcosa con le loro idee e i loro post, sappiano realizzare una grafica migliore di quelle che ho visto per questa campagna, basta aprire Pinterest o WordPress, ci sono brave grafiche, scrittrici, esperte di marketing. Lavori di alta qualità, a budget nullo e con almeno una vaga idea del senso della parola empatia. Ma sono a casa perché è più semplice.

 

Mi è sembrato proprio lo svolgimento approssimativo di un compito assegnato:

Dobbiamo parlare dei problemi dell’infertilità, chi vuole farlo? Dai su, non fate quelle facce, cerchiamo di sdrammatizzare e di essere empatici. Il nome farà anche figo, fertilityday.

Sì, peccato che non abbiano capito la parola empatia, e abbiano puntato sulle leve sbagliate, facendo sentire parecchie donne come oggettini graziosi che non hanno neanche la data di scadenza…Peggio, buone solo il periodo x.

In cui devono accoppiarsi allegramente, spinte dall’immagine della clessidra che si svuota mentre loro sono distratte a fare shopping.

 

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Indicazioni per il terremoto

In tempi di terremoto, non riesco a immaginare di scrivere post vari e lamentele varie;

invito i miei lettori a darsi da fare con le azioni, chiedendo ai comuni o alla protezione civile cosa fare, per dare una mano, dare beni materiali, donare sangue.

Contribuisco con un piccolo opuscolo da tenere a mente e ripassare…

Non ho molto altro da dire!

Cerchiamo di fare il possibile!

 

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Un articolo interessante qui, su cosa fare, praticamente

Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male – Ospite Beatrice!

 

Ecco a voi il primo guest post di Enigmamma: una mia collega e lettrice ha gradito l’idea e ha scritto il suo contributo per il neonato tema Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male.

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L’autrice di oggi si chiama Beatrice Turchi, creatrice e curatrice del blog “L’agenda di mamma Bea”; mi colpisce una frase con cui si presenta:

 “L’allegria e il divertimento in famiglia non devono mai mancare, ogni giorno i  bambini si devono sentire coccolati e coinvolti nelle attività familiari … io sono qui per questo!”

il suo blog ricco di spunti, idee, è gradevole e giocoso. Per quanto riguarda il suo pezzo su Enigmamma, per me è stato molto curioso vedere come ognuna di noi focalizzi diversamente le idee e si concentri su determinati punti e comportamenti della propria vita (genitoriale e non)…ma adesso, lascio a lei la parola!

 

 

 

Credo che questo sia uno degli esercizi più difficili, ma allo stesso tempo utili, per la propria vita da genitore: mettere nero su bianco i difetti ma anche i pregi del proprio modo di educare i figli. I primi ti creano ansia perché ti fanno capire che stai sbagliando, gli altri ti creano ansia lo stesso perché pensi “sono sicura di fare davvero bene?!”

Ecco, partirei proprio da questa: l’ansia, il sentimento che da sempre più mi divora… partirei anche da cosa faccio male, meglio togliersi il dente subito!

Cosa faccio male:

  • come accennavo, sicuramente sono troppo ansiosa. Nei confronti di tutto ciò che mi circonda, non solo di mio figlio; e lo so, rischio di fargli involontariamente del male;
  • permetto di guardare troppa televisione: questo è un mal comune, lo so. Il problema è che mio figlio spesso non ha qualcuno con cui giocare, e si piazza davanti alla televisione mentre io sono occupata in altre faccende.
  • concedo troppe merende: mio figlio, il pomeriggio, a volte sembra che abbia “crisi di astinenza da cibo”: apre continuamente il frigorifero, facendo una merenda dietro l’altra e arrivando all’ora di cena con pochissima fame;
  • giochiamo poco all’aria aperta: sto con mio figlio tutti i santi pomeriggi eppure mi ritrovo a dover svolgere qualche compito, quale spesa, commissioni varie, che non ci permettono di vivere il giusto tempo all’aria aperta.

Ovviamente cerco continuamente di migliorare su questi punti, ma non è così facile!

Vediamo in cosa sono bravina…

Cosa faccio bene:

  • offro tante letture: fin da subito, ho letto a mio figlio tanti libri , ovviamente adatti alla sua età e ai suoi gusti;
  • ho tanta pazienza: contrariamente al mio carattere, irascibile, contraddistinto dal mio segno zodiacale -il toro- , con mio figlio ho sempre cercato di esser paziente e di spiegargli le cose anche 100 volte, rispondendo a tutti i suoi dubbi e le sue domande e, soprattutto, resistendo alle sue provocazioni;
  • sono consapevole dei miei limiti: come dico sempre nel mio blog, la mamma perfetta non esiste. Ne sono ormai consapevole e non perdo tempo prezioso col confronto con altre mamme: ognuna di noi ha dei limiti, di cui non deve crucciarsi troppo;
  • ci piace girare il mondo, soprattutto il nostro Paese;
  • cucino spesso con mio figlio: ho sempre cercato di avvicinare mio figlio a questa e in generale a tutte le attività quotidiane e di routine

Mio figlio, attualmente, è molto interessato alle letture, è curioso, vuole sapere, vuole conoscere. E credo che la curiosità sia fondamentale per la sua crescita personale e per il modo in cui affronterà la scuola.

Per quanto riguarda la mia pazienza, non è per niente facile; in metodo che spesso adotto, quando sento che sono arrivata al limite, è quello di andarmene in un’altra stanza, e lì cerco di calmarmi (permettendo, in questo modo, anche a mio figlio di calmarsi)…diventa tutto più facile e, una volta ritrovata la calma, torno da lui con un’energia diversa e più positiva.

D’estate ci rilassiamo, e io cerco di pensare meno ai problemi e agli impegni vari che, di solito, mi distraggono dal mio ruolo di mamma; le vacanze le stiamo passando con tanto gioco in spiaggia, come al solito leggo tanto tanto sia per me stessa che per il mio bambino e ci godiamo insieme ogni momento della giornata.

Mamma Bea

Esercizio periodico del cosa faccio bene e cosa faccio male

Oggi inauguro una nuova abitudine:

l’esercizio periodico del cosa faccio bene e del cosa faccio male

Inauguro questa rubrica, invitando anche i lettori a partecipare realizzando il loro elenco personale, che verrà volentieri pubblicato in questo mio spazio “social”.

Ripetendo l’esercizio con costanza (immagino possa andare bene ogni paio di mesi), dovrei avere, sul lungo termine:

un promemoria su quello che voglio fare, davvero

una traccia dei miei pensieri più effimeri

un punto fermo per capire se miglioro effettivamente, o se i miei buoni propositi sono soltanto dettati dall’euforia del momento e nulla più.

abitudine

Cosa faccio male

1- cerco di essere social, ma in realtà, nel profondo della mia anima, non lo sono;

2- cerco di essere cordiale, ma è più forte di me: come si fa a parlare con gli sconosciuti? E se è un fuori di testa o uno di quelli che non ti molla più (oggi si chiamano vampiri energetici)?

3- cerco di essere ordinata, ho letto la Kondo, ho migliorato tantissimo col mio armadio e col cassetto dei tupperware, ma sono ancora lontanissima dal senso di soddisfazione che cerco invano, da anni, errabonda

abitudine

4- cerco di essere graziosa , compro maschere, creme, scrub, olii, profumi, poi li guardo e dico: ma come ho potuto comprare tutta questa roba! Come posso mantenerla in ordine? Mi serve un altro cassetto?

Mandando in frantumi, tra l’altro,  tutti i miei sogni di seguire il Kondo-style

 

Cosa faccio bene

1- Cerco di cucinare in modo sano: cresco i miei figli a suon di merende a pane e olio e frutta fresca; compro alimenti freschi e pochissima roba conservata. Ruoto i cereali, le proteine, le verdure e ho anche stabilito che le patatine in busta sono permesse una sola volta al mese. Se non fosse per i gelati estivi, direi quasi di fare sta cosa davvero per benino.

2- Leggo, e invoglio i miei figli a copiarmi: non so come, si è stabilita in casa la consuetudine di leggere durante l’asciugatura dei capelli: i miei figli si concentrano al massimo, vicini , silenziosi , interessati. Peccato che il tutto duri al massimo 10 minuti. Ma ho trovato un metodo per avere una mezz’oretta produttiva: si lavano, si rilassano,  leggono. Meglio abituarli subito a certe buone pratiche.

abitudine

 

Vediamo se intorno ad ottobre avrò qualcosa da aggiungere o da auto-obiettarmi…

E tu, hai una lista di cattive abitudini e buoni propositi da confessare?

nobodyshame – vestirsi nella giungla dopo la 46

 

La donna dalla 46 in su.

Non solo ha i chili in più da togliere/nascondere/mimetizzare/dissimulare, e non solo deve sentirsi per forza fuori volume massimo; una delle cose che deve affrontare quotidianamente è…

la mancanza di taglie nei negozi!

O meglio: la mancanza totale di scelta quando deve vestirsi. E voi mi direte: ma prova a dimagrire, piuttosto! E io vi rispondo: ma nel frattempo cosa mi metto?? Dovrò pur deambulare.

Vediamo meglio la questione: cos’è che manca?

Negozi con taglie oltre la 46 esistono e negli ultimi anni sono più forniti e hanno linee più decenti e graziose rispetto agli anni passati. Spesso, chi ha qualche chiletto in più o un fisico un po’ sproporzionato, trova qui e là consigli sul tipo e taglio di vestiti da indossare, per armonizzare la figura e sentirsi più a proprio agio. Il problema qual è?

 

 

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Che già dalla 46, la varietà dell’offerta tende subito allo zero. Già la 46 è una taglia per cui trovi molto spesso solo colori scuri, poche fantasie, pochi capi, poca varietà. Figuriamoci 48 o 50.

Che dopotutto, non corrispondono a casi estremi di donne extra-obese che hanno un problema serio.

Magari una donna ha un bel seno prosperoso, o è molto alta, o una coscia particolarmente cicciotta. E arrivare alla 48 non è così fuori dal mondo. Non devi pesare 150 kg, insomma, c’è una bella fetta di mercato di gente in salute che comprerebbe la 46, la 48, la 50. Ma allora perché nei negozi non ci sono?

Credo per questioni statistiche. La donna italiana media è alta circa 165, ha in media una 2/3 di seno e ingrassa omogeneamente su tutte le parti del corpo. Le forniture di taglie ruotano intorno a questi dati. Più ci si allontana da queste taglie, meno si ha la certezza di vendere ( che poi le 46 finiscono sempre ovunque e immediatamente…).

Chiunque non rientri negli standard, deve girare, girare, girare, e sperare che l’unica maglietta che le sta bene non abbia una tigre glitterata o una scritta I’m sexy con la stampa di un paio di occhiali da sole.

Quindi i consigli su come camuffare, su che tipo di abito o scollatura scegliere, su come abbinare i pezzi…valgono solo per le donne magre o mini, che possono trovare qualsiasi capo desiderano.

Le altre, con la commessa sfiancata di fatica nel trovare tra magazzini  vari, una taglia giusta e calzabile, devono accontentarsi dei pinocchietti beige o della camicia color rame.

Poi non chiedetevi perché non sono mai vestite carine. I vestiti carini da comprare noi non li troviamo. Soprattutto non ovunque nè a poco prezzo.

E non parliamo dei costumi da bagno o dell’intimo.

Se però decidi di spendere tutti i tuoi averi, quindi di non mangiare più (così magari dimagrisci anche), qualche capo si trova, o comunque investendo tempo e (molto)denaro si sa, tutto si risolve.

Ma non è giusto. Non siamo una popolazione mini, c’è anche tanta gente maxi. Quindi dateci queste 46 e 48 così rare e sfuggenti, questa xl così complicata da vendere, insomma fatelo un bikini che non sia un filino colorato con tre pezzoline di 3 cm per coprire le vergogne.

Cioè, produceteli questi abiti, così magari non ci  saranno più solo magrettine fashion a farsi i selfie e a vestirsi carine, e ci sarà anche meno ossessione del dover dimagrire.

 

Il periodo della mia vita in cui ho vissuto meglio è stato un breve lasso di tempo in cui sono stata in Germania, dove io risultavo una taglia media, potevo provare abiti di una o due taglie in più (mai successo in vita mia…con abiti veri, non con abiti tagliati senza grazia e colorati malissimo), addirittura anche con i giacconi invernali! I collant salivano fino alla vita senza essere strappati e le scarpe da donna c’erano in abbondanza fino al 43. Insomma, tutto è relativo, hai voglia noi a cercare di diventare diverse. Se una donna è giunonica, le consiglio shopping tedesco.

Inutile cercare di girarci intorno, se i vestiti non ti vanno, e se la 48 non c’è mai, c’è anche un problema nella produzione e distribuzione di vestiti – non è colpa solo del panino con la salsiccia.

 

Purtroppo noto questo dramma anche per i vestiti dei bambini, dove si inizia già dalla nascita, con le taglie striminzite e tendenti sempre al meno, mai al di più. Quand’è che ci sarà una svolta, se ci sarà?

Spero presto…

 

 

nobodyshame – Nessuna vergogna del proprio corpo

Su Twitter, in cerca di “controargomenti” da trattare sul mio blog  -in questo periodo di prova costume-mania- , mi sono imbattuta nell’hashtag  nobodyshame.

Un hashtag che si porta dietro questa nuovissima e innovativa corrente di pensiero che invita tutti, e in particolare le donne, a non vergognarsi del proprio corpo.

Il motivo per  cui ogni donna debba per forza sentirsi esteticamente sbagliata è complicato da definire;

il problema più generale è che spesso si associa l’idea di un corpo magro e tonico, a una persona riuscita, soddisfatta, con una buona forza di volontà.

 

Si associa cioè, la forma del corpo, a qualità positive; mentre a corpi in sovrappeso si associano (molto frettolosamente e senza alcun fondamento) qualità negative, come il non sapersi gestire, il non saper resistere alle tentazioni, la pigrizia o l’accidia, la mancanza di gusto estetico. E anche cose peggiori.

Molto, molto, molto spesso, ho visto donne parlare della taglia 44 come una taglia “fuori misura”, e dalla 44 inizia a delinearsi il profilo di una donna che deve sicuramente e senza fiatare, vergognarsi un po’ di ciò che è. Deve quasi scusarsi delle sue forme, e correre ai ripari per trasformarsi il prima possibile in qualcosa di diverso, con un certo senso di urgenza.

 

Cosa c’è di fondato nelle qualità positive associate a corpi in peso forma?

Per me, molto poco. Spesso (non sempre ok, ma spesso) le doti fisiche sono innate. Spesso chi ha molta cura del proprio fisico ha già un fisico ben strutturato oppure lo ha avuto da giovanissimo. Indipendentemente dal motivo per cui una certa persona abbia un buon tono muscolare e un buon rapporto massa magra vs massa grassa, che sia dovuto a ore e ore di allenamenti, a una cura estrema della propria alimentazione, o a un buon corredo genetico – o a tutte e tre insieme-,

quella persona ha semplicemente una dote, ha una caratteristica, che probabilmente garantisce un buono stato di salute generale.

Nessuno ci dice niente su cosa fa o non fa la persona in esame: se ha uno dei sei vizi capitali esistenti oltre quello della gola, se si dopa, se è affidabile, se ha buona volontà. Se è simpatica o meno, o se è capace di portare a termine un obiettivo. Non lo sappiamo, ma tendiamo a credere che avrà sicuramente qualcosa di positivo, dentro di sè.

Diverso è il caso degli atleti: in quel caso, la cura e l’allenamento del proprio corpo sono parte della loro vita, del loro lavoro, della loro quotidianità. E il corpo lo dimostra, indubbiamente. Ma sono appunto, persone che investono il loro tempo, molto del loro tempo, alla cura del proprio fisico.

La grande verità, è che avere il giusto peso, assicura un certo stato di salute, il buon funzionamento del metabolismo, articolazioni non sovraccaricate, agilità, prestanza,  quindi  sicuramente uno stato a cui dovremmo aspirare un po’ tutti. Ma è un discorso di salute, e non di altri aspetti. Non si può pensare che chi sia in sovrappeso sia sbagliato. Probabilmente è meno in salute di un’altra persona, e non mi sembra che ci si preoccupi così tanto della salute in generale, se non quando è strettamente associata all’aspetto fisico.

 

Cosa c’è di fondato nelle qualità negative associate a corpi in sovrappeso?

Per me, nessuna. Ma non è stato sempre così. Anch’io pensavo che il sovrappeso fosse una stonatura, una specie di “errore”da correggere, proprio visivamente.

E per molte persone è uno stato di “gaffe” continua, diciamo quasi umiliante. Nell’immaginario collettivo il cicciotto passa le sue giornate a sbafare cibo grasso, unto, bevande gasate e zuccherate, passa dal divano all’auto e non si muove. Non importa se lavora, se ha successo, se è comunque in buona salute, se fa comunque la sua discreta attività fisica. O se mangia sano. Non importa nulla, perché il suo corpo parla chiaro, e chi non ha mai approfondito la cosa, associa l’eccesso di peso a un qualche eccesso che la persona non sa gestire o controllare. Sicuramente, porterà qualcosa di negativo, dentro di sè.

E invece, molto spesso, semplicemente non è vero. Probabilmente la persona in sovrappeso ama la buona cucina, o ripone nel cibo un significato particolare, potrebbe usarlo come consolazione o averne fatto un vero e proprio vizio.

Riporre in qualcosa un significato particolare, usarlo come consolazione o farne un vero e proprio vizio, lo fanno un po’ tutti, solo che chi non lo fa col cibo, non ha effetti visibili all’esterno.

Questo brevissimo stralcio di Kung fu Panda è divertentissimo…e tutto il film rispecchia molto questo modo di giudicare troppo in fretta chi non appare così tanto in forma.

 

 

E così, ho visto in giro alcuni video e alcuni slogan, e ho deciso di raccogliere un po’ di materiale e di scrivere qualche pezzo in difesa di chi ha addosso dei chili in più ma si è stufato di doversene vergognare. A volte ci propinano modelle cosiddette curvy, che poi in realtà sono donne in formissima e proporzionate, solo con curve un po’ più accentuate. Lo slogan #nobodyshame invece si rivolge proprio a tutti, cicciottelli, superobesi, ma anche solo chi ha una forma troppo a pera, le caviglie troppo spesse, la ciambella alla vita o le gambe storte e il collo corto. Basta! Diffondiamo questo nobodyshame. Che spesso è anche un discorso frainteso, come è accaduto in questo caso.

Tema del prossimo pezzo: la difficoltà di vestirsi oltre la 46 e oltre la 4° di reggiseno. A presto.

 

nobodyshame

 

 

 

 

 

 

 

 

 

immagine donne: www.wdonna.it

I miei TED talk preferiti #4 – La nostra vulnerabilità

 

Il Ted che vi linko oggi mi è piaciuto particolarmente, perché la donna che parla ammette di aver sbagliato di grosso, a voler pensare di poter controllare tutto e prevedere tutto.

Un errore che facciamo tutti spessissimo, e che causa frustrazione e severità eccessiva verso se stessi.

Il tema principale è la vulnerabilità, ma il discorso tocca svariati punti altrettanto importanti, compreso qualche accenno anche alla vita genitoriale.

 

Buona visione!

 

 

#bastatacere ma basta anche col fidarsi troppo

#‎bastatacere‬ è un’iniziativa di madri per le madri e per tutti quelli che sono pronti ad ascoltare la nostra voce. Non sosteniamo nessuna professione in particolare ma ci auspichiamo per noi e per le nostre figlie un’arte ostetrica appropriata garantita dal Nostro Sistema Sanitario Nazionale, augurandoci che tutti i fornitori di assistenza alla nascita possano metterla in pratica con amore, dedizione e competenza

dal gruppo facebook: bastatacere le madri hanno voce

bastatacere ostetrica

#bastatacere è stato un progetto bellissimo,  a cui non ho partecipato attivamente in quanto non ho avuto maltrattamenti ostetrici e ho vissuto i miei due parti in maniera molto poco traumatica.

Ma ho seguito i vari messaggi di denuncia e sfogo di tante donne che hanno ricevuto trattamenti poco professionali e spesso anche insulti gratuiti e fuori luogo.

 

Cos’è che davvero andrebbe cambiato? La cultura ostetrica? La prassi ospedaliera?

Sì, in parte.

L’errore di fondo, però, che ho visto io con i miei occhi è : l’“estrema fiducia” che abbiamo verso l’alto. Verso chi sa di più , verso chi può di più, verso chi lavora da più tempo. Ci si  fida ciecamente, e non si riesce a immaginare che qualcuno ci veda semplicemente come oggetti che fanno numero.

E c’è, in particolare, un’eccessiva fiducia nei reparti maternità. Tante donne rifiutano l’idea di un corso preparto, interno o esterno alla struttura ospedaliera. Non vogliono sapere, credono siano perdite di tempo, perché tanto poi ci sono i medici. Tanto poi al momento di partorire che ti metti, a respirare?

Sicuramente è più invitante fare altro col pancione: andare a passeggio, fare acquisti, farsi foto, preparare il corredino e quant’altro. Col mio secondo figlio ho vissuto più pienamente la preparazione al parto, ma alla fine non ho avuto il coraggio e la forza di preparare un piano del parto, come mi era stato (giustamente) consigliato poco prima del termine.

Non sono riuscita a farlo e sapete perché? Perché mi richiedeva tempo e fatica per capire cosa scriverci, e non avevo tanta forza. Non ero nella giusta predisposizione per farlo, avevo troppe paure e mi dicevo che mi sarebbe bastato avere un parto come il primo, per essere a posto. Quindi ho scelto la stesa struttura ospedaliera della volta precedente. Affidandomi a quella professionalità che avevo testato e che mi aveva regalato un parto relativamente sereno.

La seconda componente è stata la paura: paura che qualcosa andrà storto, paura di prendere la decisione sbagliata e poi sentirsi dire da qualcuno te l’avevo detto. Perché, come capita spessissimo a tutti , non mi sentivo abbastanza capace di prendere un po’ in mano la situazione e far valere i miei diritti, non essendo minimamente abituata a farlo.

Siamo usi a fidarci ciecamente di tante figure professionali, come se non fossero umane, come se avessero una rettitudine morale intrinseca inattaccabile, che li fa valere più degli altri, li fa essere meno approssimativi o meno inclini a dire mezze verità o d aggiustare le cose secondo i propri comodi – magari anche a discapito di altri.

Ci ho riflettuto tanto sopra, e ho capito che oltre alle ragioni personali di ognuno di noi, come paura, mancanza di tempo per formarsi e tante altre possibili cause, principalmente il motivo per cui spesso non ci occupiamo dei nostri diritti è che è più comodo, non doversi informare su nulla, tanto “ci sono loro”.

Più comodo dedicare il nostro tempo e i nostri pensieri solo ad attività rassicuranti e futili.

Più facile chiedere in giro o in piazza, mentre si parla d’altro, anziché da fonti indipendenti. Ed è più comodo, affidare l’esito di eventi delicati e importanti come il parto  a chi “è esperto”, in modo che la nostra paura e la nostra ignoranza abbiano questo scudo forte –  che qualcun altro regga nei momenti complicati della nostra vita.

La professionalità, magari quella profumatamente pagata, è vista come intoccabile e istituzionalmente valida: così è, e chi ne dubita è solo un fanatico. Ma non si tratta di dubitare delle competenze dei professionisti; semplicemente, loro non possono sostituirsi a noi.

Devono essere una fonte di conoscenze per noi, una figura di riferimento, un punto di appoggio. Non sono loro a doversi sobbarcare tutto il peso delle nostre sensazioni, delle nostre credenze e delle nostre priorità.

Non possiamo essere tuttologi, e questo lo so. Non posso diventare esperta di : farmaci, medicina, medicina alternativa, alimentazione, ginecologia, ostetricia, amministrazione pubblica, diritto pubblico e privato, tossicologia, e primo soccorso.  Devo affidarmi a qualcuno esperto, devo trovare un professionista di cui fidarmi e a cui afferire quando mi si presenta un problema.

Ma non posso neanche lavarmi le mani di tutto il sapere che gira intorno alla mia salute, e in generale, alla mia vita di donna e cittadina; sperando che altri , al posto mio, si prendano la briga di stare attenti al mio benessere e alla tutela dei miei interessi.

Tuttologi no, ma un po’ più inseriti nella marmellata della conoscenza sì, per capire cos’è che ci succede, e per avere un quadro trasparente del concatenarsi degli eventi.

Si rifugge troppo spesso, il ruolo pesante di dover capire, apprendere e ragionare.

 

Nel corso degli anni sta diventando più semplice restare occupati in attività frivole che accorgersi di ciò che ci succede intorno. E, ovviamente, non solo negli ospedali.

Ricordiamoci però che la vita è nostra, e se non ci pensiamo noi a tutelare i nostri diritti, sono pochissime le persone disposte a farlo al posto nostro.

bastatacere ostetrica

Adotta1blogger perché…

Perché mi sento come tra compagni di banco.

Quelli dell’ultima fila, quelli che fanno “rumore”. Non quelli molesti, però. Quelli che starebbero bene anche al primo posto, ma non ci stanno.

Ecco, la sensazione è quella. Fai il tuo dovere, ma chiacchieri pure. Sei in fondo, non sei in prima fila, quindi hai il borbottìo facile e puoi gesticolare dietro le schiene degli altri. Puoi anche mandare aeroplanini di carta, se sai scegliere il momento per farlo.

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In Adotta1blogger respiro un’aria da “school of rock”

 

E le tue scorribande non sono distrazioni, ma contributi all’allegria del gruppo.

Io vivo Adotta1blogger come Il catenaccio finale di una variegata e proficua classe:

le materie sono web writing, blogging, content curation, marketing più o meno velato, poesia, prosa, qualche elemento di grafica e psicologia e sociologia dei social network

I docenti sono altri studenti, che si trovano a un livello diverso dal tuo,

o che sono ferrati in una materia ma non in altre…lo scambio è alla pari, e invece della cattedra c’è un maxischermo dove ognuno proietta qualcosa che ha trovato stimolante.

Una classe aperta, che puoi frequentare a giorni alterni, o per un giorno interno, come ti senti.

Puoi scegliere di approfondire una conoscenza o semplicemente di tenere il conto di chi c’è.

Nessuno ti chiede niente, non sei obbligato a cliccare, o ad apprezzare, sei tu stesso che decidi quando mettere del tuo, se commentare, se rimanere in silenzio. Lo schermo è lì, sempre vivo e colorato, che ti offre spunti di ogni genere. Prenderai solo ciò che riconoscerai come tuo, e utile per la tua attività.

E offrirai ciò che troverai opportuno condividere.

Tu hai il tuo banco, il tuo blog e il web, e decidi che tipo di studente diventare.

E forse studente non è la parola giusta, anche se rende un giusto significato.

Più che studenti, siamo osservatori. Osservatori del web e delle sue particolarità, dei suoi movimenti e delle sue evoluzioni.

La particolarità sta proprio nel sentirsi parte di un osservatorio, di porsi un tantino al di fuori della moltitudine di blog e blogger circolanti in rete, per cercare di prenderne le misure, le caratteristiche e i colori.

E poi, ecco, la vera parte entusiasmante di stare all’ultima fila, è il tipo di legami che si creano.

C’è sempre gente che non se la prende, gente pronta a mediare, a chiederti cosa ne pensi anche se non ti conosce poi così bene, che con un gesto ti fa capire molto, e a cui non hai bisogno di chiedere una mano, perché mentre realizzi di averne bisogno, se ne sta già accorgendo e te la offre. Quelli dell’ultimo banco lo sanno, che magari a volte si fa un po’ troppa caciara e si rischia l’effetto comunella, ma no: in realtà l’ultima fila accoglie tutti, l‘ultima fila si arricchisce tanto di più, quanto maggiore è l’eterogeneità dei suoi elementi.

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Con Adotta1blogger riassaporo ogni giorno quella parte bella della scuola, quella che ti rimane anche a distanza di anni: la sensazione di “crescere” insieme agli altri, in un percorso comune che rimarrà a lungo un segno indelebile della propria vita.