3 punti per l’autonomia dei nostri figli

I nostri figli sono un pezzo di noi, ma coincidono con noi? Dove arriva il limite della pertinenza del nostro intervento?

I figli vanno incoraggiati a fare da soli o vanno seguiti, con una presenza palpabile, affinché ci sentano sempre al loro fianco? E fino a che età?

Boh.

Mi piacerebbe chiederlo a qualche esperto, magari un giorno intervisterò qualcuno, ma per il momento mi piace scrivere sul blog ciò che penso io, una mamma qualunque, perché il mondo è fatto di mamme qualunque come me, e non di iper-extra-arci-laureati in materie psicologiche e sociologiche. Quindi, vediamo, che ne penso? Mia figlia ha quasi 7 anni, ed è questa l’età in cui lei sta facendo  le prime cose “da sola”: per esempio, resta in palestra da sola, va dai nonni da sola, scende a comprare il pane al negozietto sotto casa…e cose del genere.

Per i compiti, ha raggiunto una certa autonomia ma preferisce che io sia lì a fianco a lei, o poco distante, e che controlli senza invadere troppo. Ma come si fa a restare alla giusta distanza?

figli

Come si fa a non finire nel sostituirsi si figli e fare le loro cose, al posto loro? Spesso, nei compiti, sarebbe tanto più facile suggerire e aiutare i propri figli: si farebbe prima, i figli avrebbero una spiegazione in più, un’occasione in più per ascoltare la regola o la definizione…Ma stiamo veramente facendo i genitori, in questo modo?

Forse no!

I compiti sono assegnati ai bambini, e loro devono farli da soli. Possiamo aiutarli fino a un certo punto: controllare il diario o vedere se hanno finito per dare l’ok a rimettere tutto a posto. Ma i compiti sono i loro. Per noi sono anche troppo facili (non sempre) ma comunque dobbiamo resistere all’impulso di sostituirci a loro o addirittura alla maestra. Noi siamo solo i loro supervisori. Non siamo loro.

1.Cercare di stimolare l’autonomia nello svoglimento dei compiti scolastici

Nei rapporti con gli altri bambini…superata la fase dei 3/4 anni, i bambini iniziano a stabilire relazioni scelte, trovano cioè affinità coi loro compagni e iniziano a preferire determinate compagnie. Sarà giusto intervenire se qualcuno non si comporta proprio bene? Non lo so. Di certo, a meno che qualcuno non si faccia male, o che si assista a un episodio di bullismo, il genitore dovrebbe farsi da parte: ascoltare ma farsi da parte. E poi, se qualcosa non va, parlarne col proprio figlio.

Risolvere sul momento le piccole questioni tra bambini a cosa porta? A nulla, perché non lasciamo loro imparare a gestire i conflitti e soprattutto non lasciamo che imparino a distinguere i comportamenti scorretti. Se li risolviamo sempre noi, troppo tempestivamente, neanche si accorgeranno di cosa sta accadendo. Molto difficile, molto, soprattutto se i propri figli sono tendenzialmente buoni e affabili. Sicuramente subiranno qualche prevaricazione o piccola ingiustizia. Ma finché rientrano in episodi classici, conviene starsene tranquilli, invece di fare i paladini della giustizia. Loro col tempo impareranno a distinguere i comportamenti sbagliati, e svilupperanno le capacità per difendersi da soli.

 2. Intervenire nei giochi e battibecchi tra bambini solo di fronte a situazioni pericolose o di prevaricazione da bulli

Come al solito, il mio tema ricorrente, un altro punto da tenere sempre bene in mente è quello di rispettare il bambino anche nella sua “infantilità”: non è giusto che, solo perché un bambino è piccolo, le sue esigenze debbano essere valutate come meno importanti di quelle di un adulto. Il compito di educare e di smorzare richieste eccessive e inopportune è fondamentale: e non si tratta solo di dialogo o di spiegazioni (che a volte i piccoli non stanno neanche a sentire): si tratta proprio di ascoltare e dare risposte ferme e molto molto chiare. Traballare di fronte alle richieste, rimandare col pluri-inflazionato “poi vediamo”, dire subito “no, non puoi” per poi passare a un sì detto sbuffando…Sono messaggi confusi che non permettono al bambino di capire il messaggio.

Non ascoltare è molto diverso dal dire no

Purtroppo questo messaggio non sempre è chiaro, e si crede sempre che dedicare un minuto per ascoltare davvero e per bene ciò che ci stanno dicendo i nostri figli sia una perdita di tempo o sia un modo per dare seguito ai loro piccoli e grandi capricci. Sentiamo bene cosa ci stanno dicendo: cerchiamo di essere presenti, guardiamoli negli occhi, chiediamo chiarimenti.

A quel punto, il nostro no, se lo riteniamo opportuno, sarà irremovibile, e il bambino, collegherà quel no a una nostra chiara idea, derivata da una nostra sana e rassicurante attenzione dedicata alla cosa.

Difficile? Un po’. Più facile è cullarsi su fatto che nostro figlio capirà, è nostro figlio, e non serve chissà quale tecnica per fargli capire cosa gli vogliamo dire. Ecco, secondo me questo è il modo per non rispettare la loro unicità, e l’unicità di quel momento.

Per me è più difficile digerire che il mondo si divida in chi non ascolta e dice subito no, e in chi si perde in chiacchiere e divagazioni senza saper dire al figlio un deciso no. Insomma siamo i genitori, e non siamo nè superiori di un esercito, nè opinionisti di un programma tv. Facciamo i genitori:

3. Ascoltare (davvero però!) i propri figli, e, quando necessario, tenersi fermi sui propri no, in modo che il messaggio arrivi forte e chiaro. Non lasciare i bambini nel vago e nel dubbio di non essere stati compresi, o di non valere come persone pensanti staccate dal genitore.

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2 thoughts on “3 punti per l’autonomia dei nostri figli

  1. Cara,

    amo il tuo modo di fare la mamma. Tu parti sempre dal presupposto che i bambini abbiano una personalità e una individualità che vanno rispettate, quindi non li tratti come fossero tue propaggini o come “bambini”, appunto, ma piccoli adulti. Lo sai che ti ammiro molto e spero un giorno di essere una madre così, sei il mio ideale di mamma.

    Io direi anche che, nei conflitti che il bambino sperimenta, la mamma deve evitare che la sua reazione emotiva possa influenzare il figlio e fargli pensare di aver sbagliato o di non essere competente nelle situazioni sociali (se la mamma interviene, vuol dire che lui non ha saputo gestire la situazione). Questa è la cosa più difficile. Molto spesso i bambini litigano e si picchiano, ma sanno fare pace e riconciliarsi molto più velocemente di noi adulti. Se poi la mamma interviene, anche altri adulti verranno coinvolti, e, se il fatto è banale, rischia di ingigantirsi.
    Ovviamente dipende dalla personalità del bambino, credo che chiedere se vuole che la mamma intervenga possa aiutare a capire come percepisce lui la gravità dell’evento, per esempio.

    Come sempre, roba interessante! Continua così!
    Un abbraccio.
    Carmen

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